Dal 5 al 15 febbraio si svolge la 59^ edizione del Festival internazionale di Berlino. Da cui, a sorpresa, l’Italia è quasi del tutto assente.
di Arianna Luciani
Percorsi nel Cinema
NIENTE ITALIA IN CONCORSO – Dopo la delusione degli Oscar, con l’esclusione di “Gomorra” di Matteo Garrone, tratto dal fortunato romanzo di Roberto Saviano, nessun film italiano è in concorso alla 59^ edizione della Berlinale. La causa? Produciamo solo film di serie B, nulla di buono, ma solo roba per palati grossolani. È quanto afferma il direttore della mostra tedesca, Dieter Kosslick. In un’intervista al quotidiano “Die Welt” ha praticamente detto che, escluso “Gomorra”, il cinema d’autore italiano è ormai un genere estinto, dal quale non c’è quasi più nulla da attendersi. Per definire le pellicole prodotte in Italia, Kosslick si è rifatto a un termine duro, “kulinarisch”, che indica il “cinema culinario”, insulto di una certa gravità. La parola, infatti, era stata coniata dal drammaturgo Bertolt Brecht, negli anni Trenta, e indicava con infamia tutti quei lavori teatrali cui unico scopo è quello di far digerire al pubblico la cena.
Così, “kulinarisch” indica un prodotto artistico di scarsa qualità per
gusti molto poco raffinati. “Ci saranno irritazioni come ogni anno, per
il fatto che determinati Paesi non sono rappresentati – ha spiegato
Kosslick quando gli è stato chiesto se non siano troppi i film tedeschi
in concorso – L’Italia provvede all’80 per cento del cinema culinario,
che è la sua specialità. Il fatto è che non abbiamo un secondo 'Gomorra'”.
BOTTA E RISPOSTA – Pronte, le repliche dal sottosegretario ai Beni
culturali, Francesco Giro: “Nel cinema esiste una competizione molto
serrata e in Francia e in Germania i festival sono organizzati anche
per difendere le produzioni nazionali, e nessuno si scandalizza per
questo. Le parole del direttore della Berlinale ne sono una clamorosa
conferma, al di là delle sue battute gastronomiche. Dubito proprio che
i novanta film tedeschi presenti al Festival siano tutti capolavori
assoluti”. Ma non siamo esclusi sono dai festival internazionali, ma
dalla mostra di Venezia, che invece, secondo Giro, dovrebbe adoperarsi
per promuovere il nostro cinema: “Dalla Biennale cinema vorremmo
qualcosa di più. Un film come ‘Pa-ra-da’ di Marco Pontecorvo, ad
esempio, meritava di vincere il Leone d’oro. E un gioiello come ‘Il
seme della discordia’ di Pappi Corsicato andava valorizzato. Venezia
dovrebbe guardare a Cannes, dove ha vinto un film francese di qualità
come "La classe’ di Cantet”. Prontamente, arriva la reazione. Il
portavoce del presidente della regione Veneto Franco Miracco ribatte
dichiarando che il Festival “ha sempre valorizzato il cinema italiano e
ogni anno ha portato a Venezia film importanti e riconosciuti tali in
tutto il mondo”. Segue elenco dei riconoscimenti guadagnati da nomi
italiani in quest’ultima edizione, in testa Silvio Orlando, miglior
attore protagonista. Claudio Masenza, membro del comitato di selezione
della rassegna, ricorda che “i premi vengono attribuiti da una giuria
internazionale”, ma Giro riparte al contrattacco rivendicando il
diritto di critica nei confronti della Biennale “che non è un totem, ma
un’associazione umana e come tale fallibile e dunque correggibile”.
“Il punto è che da noi mancano un sistema industriale e una vera legge
in grado di affrancare la cinematografia dalla politica – spiega
l’attore Luca Barbareschi – al contrario, tutto sembra fatto apposta
per distruggere il cinema nazionale. È inutile prendersela con le
giurie che spesso, negli anni, hanno premiato film mediocri ed erano
formate da trogloditi scelti solo perché in quel momento andavano di
moda... Quanto alle selezioni, beh un festival ha tutto il diritto di
scegliere come vuole e poi, insomma, come dicono a Roma, chi pecora si
fa, lupo se lo magna”. Autocritica arriva dal critico e giornalista
Italo Moscati, che osserva: “Forse la colpa dei premi mancati negli
ultimi anni è anche del nostro cinema. Comunque non ne farei un
problema. Ho l’impressione che la Biennale sia strattonata tra politici
e addetti ai lavori, che esista pressapochismo e distrazione, e che non
ci sia nulla di razionale né nel comportamento di molti giornalisti né
in quello dei vertici della Biennale”.
Secondo Kosslick, che prima di diventare direttore della Berlinale è
stato a capo della “Filmstiftung Nrw”, fondazione che incentiva il film
tedesco, anche la Francia è stata esclusa da questa edizione della
Berlinale. “Molti rimpiangono il cinema francese classico, ma anche là,
come da noi, ci sono spesso coproduzioni”. In verità, sono cinque le
pellicole – in coproduzioni – francesi, di cui tre girate da registi
d’oltralpe quali Constantin Costa-Gavras, Bertrand Tavernier e François
Ozon, con “Ricky”, prodotto insieme all’Italia. L’esclusione italiana
è, per Kosslick, per far posto a “sempre più Paesi nuovi, di cui
bisogna tener conto, in aggiunta alla tradizionale rappresentanza delle
cinematografie classiche. Anche quest’anno è così, pur se la cosa, dal
punto di vista della salvaguardia delle posizioni tradizionali, può
dare luogo a critiche”.
L’ITALIA NELLE ALTRE SEZIONI – Escludendo il concorso, ci sono comunque
dei film italiani. Si parte con l’attesa prima mondiale di “Terra
madre”, il documentario firmato da Ermanno Olmi, che descrive la
dimensione politico-sociale del cibo; c’è Monica Bellucci, interprete
del film di Rebecca Miller “The private Lives of Pippa Lee”, fino a
Riccardo Scamarcio, protagonista di “Eden is West” di Costa-Gavras, a
Alba Rohrwacher, scelta nella rosa dei giovani talenti europei e a Luca
Barbareschi nel cast di “The International”, il thriller cui spetta
l’onore di inaugurare questa 59 edizione. Nella sezione Culinary
Cinema, c’è anche “Pranzo di Ferragosto”, il film-rivelazione di
Venezia di Gianni Di Gregorio.
AMORE, GUERRA E FAMIGLIA – In concorso, la giuria presieduta
dall’attrice premio Oscar Tilda Swinton dovrà giudicare 18 film che
parlano di amore, guerra, famiglia e thriller. Di questi, cinque sono
produzioni o co-produzioni made in Usa e altrettante tedesche. Per gli
Usa “Happy Tears” di Mitchell Lichtenstein (“Denti”) con Demi Moore ed
Ellen Barkin, racconta di due sorelle che si ritrovano facendo visita
al loro padre; “My One and Only” di Richard Loncraine (“Wimbledon”) con
Renee Zellweger e Kevin Bacon, parla di Anne, una sognatrice che negli
anni '50 viaggia da una città all'altra per trovare un fidanzato
benestante da condividere con i suoi due figli; “The Messenger” di Oren
Moverman, già presentato al Sundance, racconta le vicende di Derek che,
appena tornato dal fronte, ha il compito di informare le famiglie dei
caduti. Inizia però anche a coltivare sentimenti romantici per una
giovane vedova; “In the Electric Mist” (Francia-Usa) di Bertrand
Tavernier con Tommy Lee Jones, un thriller con protagonista un tenente
del Dipartimento di Polizia di New Iberia, in Louisiana; e infine
“Rage” (Regno-Unito-Usa), della regista inglese Sally Potter, che
racconta il mondo della moda di New York con Jude Law, Judi Dench, John
Leguizamo, Steve Buscemi e Dianne Wiest. Per la Germania c’è “Alle
Anderen” di Maren Ade, in cui si esplorano segreti, frustrazioni e liti
di una coppia nel corso di un'estate; “Cherì” di Stephens Frears
prodotto con Regno Unito e Francia, con Michelle Pfeiffer invece,
tratto dal romanzo di Colette, racconta come una donna di mezza età
inizi ad amare un giovane facoltoso quanto inesperto; “Storm” di
Hans-Christian Schmid, prodotto con Danimarca e Paesi Bassi, parla di
crimini di guerra commessi da un uomo politico croato; “Mammoth”
(Svezia e Danimarca) di Lukas Moodysson con Gael Garcia Bernal, narra
di una coppia di americani tanto impegnati da dedicare poco tempo alla
loro bambina che così passa più tempo con la tata filippina; “Gigante”
con Argentina e Uruguay, che racconta di una tenera e timida storia
d'amore tra una corpulenta guardia di sicurezza di un supermercato e
una donna delle pulizie. Per la Polonia c’è “Tatarak” del premio Oscar
Andrzej Wajda, versione cinematografica di un dramma di Jaroslaw
Iwaszkiewicz con protagonista Marta, moglie di un dottore di mezza età
che combatte contro ricordi di una vita e che improvvisamente riscopre
il potere dell'amore. Per il cinema asiatico un solo film in concorso:
il cinese “Forever Entrhalled” di Chen Kaige, biopic di Mei Lanfang, la
più grande star della lirica cinese. Tre nazioni (Ungheria, Gran
Bretagna e Romania) invece per “Katalin Varga” di Peter Strickland, in
bilico tra colpa e redenzione. C’è poi “Ricky” di François Ozon
(Francia-Italia), una storia di amore e libertà con al centro la
vicenda di un bambino dotato di poteri davvero speciali. In “Little
Soldier” di Annette K. Olesen (Danimarca) va in scena l'amicizia,
quella tra la giovane soldatessa Lotte che si presta a fare da autista
a Lily, una stramba nigeriana. La violenza sessuale come memoria è
invece il tema di “The Milk of Sorrow” di Claudia Llosa (Spagna-Perù),
cui la protagonista, Fausta, è affetta da una particolare malattia che
colpisce tutte le donne, di generazione in generazione, che subirono
abusi durante il periodo del terrorismo in Perù. Con “London River”
(Algeria-Francia – Gran Bretagna) dell'algerino Rachid Bouchareb si
tocca l'attualità, ispirandosi agli attentati di Londra del 7 luglio
2005 con un mussulmano e una cattolica uniti nella speranza di
ritrovare i propri figli. Infine, il dramma psicologico di Asghar
Farhadi (Iran), “About Elly”, storia di Ahmad che torna al suo paese
dopo anni vissuti in Germania.
FUORI CONCORSO – Fuori concorso troviamo invece per gli Usa “La pantera
rosa 2”, nel quale, in una sequenza strepitosa, l'ispettore Clouseau
travestito da Papa cade dalla finestra dello studio vaticano dove il
vero pontefice si affaccia per la benedizione domenicale. Poi la biopic
musicale “Notorius”, “The Private Lives of Pippa Lee” di Rebecca Miller
con cast all star (da Keanu Reeves a Monica Bellucci, passando per
Robin Wright Penn), il melodrammatico “The Reader” con Kate Winslet che
ha già fatto incetta di nomination agli Oscar e il già citato
thriller-bancario “The International”, in apertura. Per la Germania,
infine, fuori concorso “The Dust of Time” di Anghelopoulos insieme a
Italia, Russia e Grecia, “The Reader” insieme agli Usa e il film
collettivo e celebrativo “Deutschland '09”. Molte attese sono riposte
in “Bellamy”, il poliziesco di Claude Chabrol, con il commissario
Gerard Depardieu, poi “Ricky” di Francois Ozon prodotto da Eurowide in
coproduzione con gli italiani di Teodora, con le fantastiche avventure
di un bambino cui spuntano le ali. Tante le star che affolleranno la
capitale tedesca in occasione del festival, da Clive Owen a Kate
Winslet, da Ralph Fiennes a Gael Garcia Bernal, da Steve Buscemi a
Keanu Reeves, da Monica Bellucci a Michelle Pfeiffer, da Renee
Zellweger a Demi Moore, da Steve Martin a David Carradine.
BARABARESCHI, LA POLITICA E “THE INTERNATIONAL” – “Faccio politica ma
non so per quanto ancora, la faccio come da esterno. A volte i miei
colleghi mi guardano come se fossi un pazzo, perché amo fare le cose
serie". Parola di Luca Barbareschi, parlamentare del Pdl e che
interpreta un uomo politico anche nel film “The International” di Tom
Tykwer, insieme a Clive Owen e Naomi Watts, in apertura, fuori
concorso, della Berlinale. Nel film del regista tedesco di “Lola
Corre”, nelle sale italiane il 20 marzo distribuito dalla Sony,
Barbareschi è Umberto Calvini, un imprenditore milanese, che si
affaccia alla politica e che viene coinvolto in un’indagine su una
multinazionale del crimine, che finanzia terrorismi e guerre. “Il mio è
comunque un personaggio positivo - ci tiene a dire Barbareschi - un
imprenditore che produce apparecchiature elettriche per missili e che
comunque conosce molto bene come funzionano certi meccanismi". Il fatto
che sia un imprenditore che si dà alla politica - tiene a dire
Barbareschi – “lo so farà pensare a voi giornalisti a Berlusconi, ma
non c'entra davvero nulla". Curiosa invece "la casualità - aggiunge -
che ha voluto che io abbia girato questo film proprio mentre stavo
decidendo se scendere o meno in campo in politica". Per l'attore “i
politici di professione sono morti da anni''. Salva però Gianfranco
Fini, “uno che ha capito tutto - dice - ed è capace di coraggio, come
nel caso delle sue ultime dichiarazioni sul caso Eluana. E questo in un
paese in cui sono tutti baciapile". E ne ha anche per il nostro Paese.
“L'Italia è morta da Roma in giù in mano, come è, a camorra,
n'drangheta e mafia. Il caso Italia è simile a quello di un alcolista.
Finché non si accetta l'idea che ha davvero un grosso un problema non
lo si affronterà mai". Girato tra a Babelsberg, Berlino, New York,
Istanbul e Milano - tra le location del Pirellone e della Stazione
centrale – “The International” "non è un film portatore di un messaggio
– conclude Barbareschi –, ma racconta in modo duro qualcosa che c'è, un
film di denuncia che ricorda un po’ “I tre giorni del condor’".
Al di là delle normali polemiche, oltre 19mila professionisti che
provengono da 120 paesi, di cui 4 mila giornalisti, sono pronti a
invadere Berlino per questo mega evento che raccoglie amanti e
professionisti del cinema. Per una due settimane di proiezioni, di
discussioni, feste e tanto glamour. E che vinca il migliore, anche se
non italiano.
Arianna Luciani
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