|
Pittore, nato a Città di Castello il 12 marzo 1915 e morto a Nizza il 13 febbraio 1995.
Alberto Burri. I sacchi, materia dell'anima
Dopo essersi laureato in medicina, si arruola come ufficiale medico e durante la seconda guerra mondiale viene detenuto nel campo di prigionia di Hereford (Texas), dove comincia a dipingere.
Rientrato in Italia nel 1946, rinuncia alla carriera di medico per dedicarsi alla pittura e si stabilisce a Roma. Fra il 1947 e il 1948 espone in alcune gallerie della capitale. Nel 1948 nascono i “catrami” (olio, catrame, sabbia, vinavil su tela) cui fanno seguito le “muffe” ed i “gobbi” (opere in cui inserisce oggetti tra la struttura e la tela che portano l’opera ad uscire dalla superficie del quadro e ad aggettarsi nello spazio). Nel 1951 fonda con Giuseppe Capogrossi, Ettore Colla e Mario Ballocco il “Gruppo Origine”, che si propone il superamento dell’accademismo astratto e che, come afferma lo stesso Ballocco si fonda sull’idea di Origine “… come liberazione dalle molteplici sovrastrutture e come identificazione con la realtà in noi stessi contenuta…”.
Dal 1950 inizia a realizzare i suoi lavori più rivoluzionari, i famosi “Sacchi”. La materia povera, sdrucita racconta la propria storia attraverso le sue cuciture e bruciature assurgendo a simbolo del dolore universale. Sono opere che suscitano grande scandalo (nel 1959 l’acquisto di “Grande Sacco” da parte della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma provoca un’interpellanza parlamentare) e che vengono esposte nelle personali che, dopo Roma, si tengono anche in varie città europee e americane. Al Guggenheim Museum di New York ottiene ottime critiche.
Il suo stile si collega al movimento dell'arte informale. La tendenza artistica, nata e diffusasi in Europa, era caratteristica del clima culturale post bellico. Databile agli anni Cinquanta e Sessanta, esprime la perdita di fiducia nella razionalità. L'azione è considerata l’ unico mezzo d'espressione. Il dipinto è una tensione continua verso un’istintiva e incontrollata espressione di sé, al di là delle categorie figurative consuete. Vengono respinte perciò la forma, la prospettiva, i contorni e le figure geometriche. Il supporto dell'opera diventa materia modificabile e trasformabile dall'artista.
Dopo il 1957 Burri in mostre che si tengono in America, presenta le opere i “Legni”, le “Combustioni”, i “Ferri”.
Tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi del 1970 vengono organizzate alcune importanti mostre retrospettive a L’Aquila (1962), Darmstadt, Rotterdam (entrambe nel 1967), Torino (1971) e Parigi (1972). Nel 1962 espone le prime”Plastiche” alla Galleria Malbourough di Roma. Agli inizi degli anni Settanta sposta la sua attenzione verso soluzioni monumentali, passando dai “Cretti” (un miscuglio di ceramica cotta,caolino e massa resinosa) ai “Cellotex” (pannelli di cartone industriale pressato). Si interessa anche all’attività grafica: “Poems” di Minsa Craig (1970), “Saffo” di Emilio Villa(1973).
Per il teatro, una delle sue grandi passioni, realizza numerose scenografie. Nel 1963 crea quella per “Spirituals”, spettacolo per La Scala di Milano. Nel 1972 per “November Steps”, all'Opera di Roma. Nel 1975 crea le scenografie per “Tristano e Isotta”, al teatro Regio di Torino. Alcune retrospettive sono organizzate ad Assisi (1975), Roma (1976), Lisbona, Madrid, Los Angeles, Millwaukee, New York (1977) e Napoli (1978).
Dalla fine degli anni Settanta comincia ad eseguire “organismi ciclici”, a struttura polifonica. Il primo è “Il viaggio”, presentato a Città di Castello nel 1979 e passato poi a Monaco di Baviera. Nel 1980 “Orti” a Firenze, “Sestante” a Venezia, in cui torna ad usare il colore che però per lui è materia, sostanza consistente, (1983) e “Annottarsi”, titolo che può ironicamente significare il contrario di aggiornarsi o riferirsi alla notte dell’esistenza, la “vecchiaia” (1985 e 1987).
Nel 1981 a Città di Castello, a palazzo Albizzini viene inaugurata una raccolta permanente delle sue opere. Nel 1984, a palazzo Citterio di Milano viene organizzata una grande retrospettiva con oltre 160 pezzi. Negli anni Ottanta Burri espone le sue opere a New York, Parigi, Nizza e Roma.
Nel 1989 la Fondazione palazzo Albizzini acquisisce gli ex seccatoi del tabacco a Città di Castello. Si apre così il complesso museale interamente dedicato all’artista. Nel 1991 vengono organizzate due altre importanti retrospettive, a Palazzo Pepoli Campogrande a Bologna e al Castello di Rivoli. Nel 1993 - sempre negli ex seccatoi del tabacco - viene aperto al pubblico un nuovo ciclo di opere, dal titolo “Il Nero e l’Oro". Nel dicembre 1994 viene celebrata la donazione Burri agli Uffizi, che comprende oltre al quadro “Bianco e Nero” tre serie di opere grafiche.Alberto Burri muore a Nizza il 13 febbraio 1995.
Hanno detto di lui:
“…Attualizzava la tela come il momento stesso esistenziale, bruto, offerto in proprio allo spettatore, repulsivo allo spettatore. La tela era grossa, rozza, di juta o canapa (…) tornano le toppe ad un tessuto figurativo irrefutabile, le cuciture divengono le linee stesse sottili e martoriate di Klee, e le macchie di morchia e gli strappi non sono più veri che le ferite e le ecchimosi di Grunewald. Il Sacco si è coagulato in se stesso: il sacco è divenuto pittura…” (Cesare Brandi)
“…La sua scoperta della materia è graduale, muove dalla stessa materia pittorica e dal bisogno di attribuirle una consistenza fisica più corposa e densa, grumosa, ricca di aderenze, anche mescolandola al catrame, al vinavil o alla cementite; ma presto all’impasto pittorico così ingrossato viene sostituita o accostata una materia dalle diverse proprietà, oggettuale e non plasmabile ma da segnare con tagli, ferite, cuciture, un inserto di materia-detrito. Nascono i celebri sacchi, i gobbi (ovvero le prime opere in cui la tela si protende in un aggetto,infrangendo la piatta unità della superficie), poi i legni, i ferri, le plastiche, i cretti, i cellotex; via via il crudo intervento del gesto si ritira, lascia affiorare la pura e squadrata tensione dello spazio. Si direbbe che un dettato della mente governa e riordina impulsi che premono dal profondo; non li reprime ma li contiene, nutrendo della loro spinta la forza stessa della propria “ratio”, che ora emerge con più imperioso nitore, ora si trattiene nel magma che è chiamata a dominare.
Impellenti traini istintuali, carichi di energia anche buia e distruttiva, si ricompongono nell’attraversare la zona di luce dell’intelletto e la sua architettonica progettualità.
Nel panorama internazionale Burri emerge come una delle figure più autorevoli della seconda metà del secolo, e più ricche di influenze sugli svolgimenti dell’arte…”(Maurizio Calvesi)
|