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Scrittore e poeta, nato a Santo Stefano Belbo (Cuneo) il 9 settembre 1908 e morto a Roma il 27 agosto 1950.
Cesare Pavese. Lo scrittore che aprì l'Italia alla letteratura americana
Percorsi nella Letteratura
Il padre, cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere presso Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo. Lì nasce Cesare, poco prima che la famiglia si trasferisca a Torino.
La vita di Cesare Pavese, contrassegnata da un dolore oscuro che lo accompagnerà fino alla sua precoce scomparsa, subisce il primo colpo con la morte del padre: l’adolescenza, di cui molti studiosi si sono occupati, lo vede timido, amante dei libri, della natura, introverso e “sempre pronto a isolarsi dagli altri, a nascondersi, a inseguire farfalle e uccelli, a sondare il mistero dei boschi”.
Molti si sono interrogati sulle ragioni che spinsero Pavese al suicidio. Tra tutti Davide Laiolo, suo grande amico, scrisse un libro intitolato “Il vizio assurdo”, in cui si analizzano le tendenze suicide.
Riferendosi a Pavese, Laiolo tende a evidenziare due elementi
fondamentali: la morte del padre e il conseguente irrigidirsi della
madre che, “con la sua freddezza e il suo riserbo, attuerà un sistema
educativo più da padre asciutto e aspro che non da madre affettuosa e
dolce”. Per quanto riguarda quella triste tendenza, si trovano già
cenni nelle lettere del Pavese liceale, specialmente in quelle
indirizzate all’amico Mario Sturani.
Quale che sia l’interpretazione, forzata o meno, che si cerca di dare
dell’adolescenza di Pavese, certo è che a profilarsi subito è il
presagio di un destino tragico e amaro, evidenziato da un disperato
bisogno d’amore, da una ricerca di apertura verso gli altri, verso il
mondo, verso le relazioni interpersonali, un destino di sconfitta.
Pavese, dice il critico Gianni Venturi, sceglie fin da ragazzo la letteratura “come schermo metaforico della sua condizione esistenziale”.
Studia nell’Istituto Sociale dei Gesuiti e nel Ginnasio moderno, quindi
passa al Liceo D’Azeglio, dove suo professore e maestro di vita sarà Augusto Monti. È proprio Monti, insieme ad Antonio Gramsci e Piero Gobetti
a dare il via a quel fermento che tra il 1923 e il 1926 rinnoverà le
coscienze. Se in un primo momento Pavese appare riluttante a impegnarsi
attivamente nella lotta politica, che rischia di portarlo fuori dal
mondo letterario, subisce tuttavia l’attrazione dei coetanei che
seguono Monti: Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Tullio Pinelli, Massimo Mila (gruppo “Strabarriera”, in opposizione ai gruppi fascisti “Strapaese” e “Stracittà”).
Tra conflitti interni vari, il periodo universitario è comunque denso
di incontri stimolanti e di vita sociale per Pavese, che comincia a
ritrovare la linfa e a indagare il metodo che gli permetterà poi di
stillarla nei propri romanzi e racconti. Ecco allora che amici,
conoscenti e semplici abitanti di Torino si trasformano in personaggi e
protagonisti di storie piccole e tormentate che ricordano qua e là
quelle di Jean-Paul Sartre (“L’età della ragione”, “Il rinvio” e “La morte nell’anima”).
È all’università che Cesare incontra colei che sarà al centro della sua
anima, “la donna dalla voce rauca”, avvenimento che, almeno
temporaneamente, sembra farlo rinascere. I racconti di quel periodo lo
vedono generoso, aperto, spiritoso e disponibile.
Dopo la laurea precoce, nel 1930, con una tesi “Sull'interpretazione della poesia di Walt Whitman”,
comincia a lavorare alla rivista “La cultura”, a insegnare in scuole
serali e private e a dedicarsi alla traduzione della letteratura
inglese e americana nella quale acquisisce ben presto fama e notorietà.
Tuttavia la morte della madre (1931) è causa di un profondo dolore e
Cesare, rimasto solo, si trasferisce nell’abitazione della sorella Maria, presso la quale resterà fino alla morte.
Ma il 1931 è anche l’anno della sua prima traduzione pubblicata, “Il nostro signor Wrenn” di Sinclair Lewis.
Importante è il lavoro di traduzione non solo per la carriera di
Pavese, ma per l’intero evolvere della cultura italiana del tempo, una
cultura schiacciata dal pugno fascista. Come se l’arrivo in patria di
quei romanzi americani, che raccontavano una terra di libertà e
opportunità, donasse un po’ di respiro a un popolo comunque oppresso,
le cui sofferenze intellettuali trovavano uno specchio fedele nelle
correnti letterarie come la prosa d’arte e l’Ermetismo.
Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi. Pavese, molto amico di Giulio Einaudi,
partecipa attivamente al progetto. In questi anni, però, la
frequentazione con “la donna dalla voce roca”, un’intellettuale
laureata in matematica e fortemente impegnata nella lotta antifascista,
gli porta qualche guaio con la polizia: ricevute a casa certe lettere
fortemente compromettenti sul piano politico, rifiuta di rivelare il
nome della donna e il 15 maggio 1935 viene condannato per sospetto
antifascismo a tre anni di confino da scontare a Brancaleone Calabro.
Dall’esperienza del confino sgorga il soggetto del primo romanzo, “Il
carcere”.
Una richiesta di grazia concessa riduce la pena e nel marzo del 1936
Pavese fa ritorno a Torino, dove però trova ad attenderlo una profonda
delusione: la sua donna lo ha lasciato per sposare un altro. Segue una
crisi grave, che per anni lo terrà avvinto alla tentazione dolorosa e
sempre presente del suicidio.
“Lavorare stanca”, la prima raccolta di poesie di Cesare Pavese, appare
nel 1936 per le edizioni Solaria, Firenze. Perché i lettori aumentino,
però, bisogna aspettare una seconda edizione, pubblicata da Einaudi nel
1942, un anno dopo il primo romanzo, “Paesi tuoi”, di cui Emilio Cecchi
scrive: “ambientata in quelle colline e vigne delle Langhe, che accanto
alla Torino dei viali e dei caffè, dei fiumi e delle osterie,
costituisce l'altro grande luogo mitico della poetica pavesiana”. Allo
scoppio della guerra viene chiamato alle armi, ma poi dimesso perché
malato di asma.
È allora a Roma per aprire una sede della Einaudi. Gli scritti di quel
periodo, oltre a un rifiuto dichiarato della violenza e della guerra,
lasciano trasparire un altro dei suoi momenti esistenziali bui.
Rifugiatosi dalla sorella nel Monferrato, per due anni “recluso tra le
colline”, soffrirà una dilaniante crisi esistenziale e religiosa. Tutto
fa pensare a un ritorno al Decadentismo e all’inettitudine sveviana, ma
la depressione di Pavese scende sempre uno scalino in più. Di quello
scalino c’è testimonianza soprattutto nel personaggio di Corrado ne “La
casa in collina”.
L’iscrizione al Partito Comunista, avvenuta al termine della guerra,
viene vista da molti critici come un ennesimo tentativo di Pavese di
provare a se stesso una costanza e un senso di appartenenza che non
riuscirà mai a conquistare davvero. Tuttavia scrive articoli e saggi di
ispirazione etico-civile, riprende il suo lavoro editoriale,
riorganizzando la casa editrice Einaudi, si interessa di mitologia e di
etnologia, elaborando la sua teoria sul mito, concretizzata nei
“Dialoghi con Leucò”.
A Roma conosce la giovane attrice americana Constance Dowling.
Il loro amore non durerà molto, ma quanto basta per ferire
ulteriormente il cuore di Pavese, già tormentato dalla depressione.
Costance lo abbandona per tornare in America e Pavese scrive “Verrà la
morte e avrà i tuoi occhi”, forse la sua raccolta più emblematica,
ritrovata in una cartellina rossa ancora inedita.
Nel 1938 “Il compagno” vince il premio Salento, nel 1949 “La bella
estate” ottiene il premio Strega, “La luna e i falò” viene pubblicato
nella primavera del ’50 e resterà il suo miglior romanzo, ma tutto
questo non basta a contrastare la nuova ondata di solitudine e di senso
di vuoto.
Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido, Cesare Pavese si
toglie la vita il 27 agosto del 1950 in una camera dell'albergo Roma di
Torino ingoiando una forte dose di barbiturici. Sul comodino della
stanza viene trovata una copia dei “Dialoghi con Leucò”, con su scritta
una nota: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate
troppi pettegolezzi”.
Hanno detto di lui
“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti”.
(Cesare Pavese, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, nella raccolta omonima)
“Incomunicabilità con Dio e con gli uomini: questo è stato il dramma di
Pavese, che ha scoperto la tragedia dell’uomo solo e il vuoto che sta
dietro a ogni irrazionalismo. La sua ricerca d’assoluto e, insieme, di
colloquio con gli altri lo ha portato a chiudersi sempre di più nella
propria solitudine d’artista, intento a vivere la poesia come
esperienza suprema, come ricerca e comprensione dei propri miti, del
proprio mistero e di quello di tutti; sempre però con una brama
lacerante e insoddisfatta d’amore e di vita, di essere uomo fra gli
uomini”. (Mario Pazzaglia)
“Con ‘La luna e i falò’ Pavese scrive la sua opera più complessa come
aggressione conoscitiva, sotto il maggior numero di punti di vista, del
motivo fondamentale dell’orrore, delle angosce, che non solo si muovono
dentro gli individui, ma costituiscono una delle componenti essenziali
della società, del mondo in cui si è trovato a vivere”. (Giorgio Bàrberi Squarotti)
“È un traduttore poetico, bello e infedele. Partiva da una traduzione
letterale per poi aggiungere uno stile proprio. Ma c’è anche
l’epistolario e il materiale giovanile. Sono uscite da poco le lettere
con l’amico Chiuminatto, emigrato negli Usa, utili per capire il
rapporto con l’America. E poi è uscito il carteggio con Muscetta curato
da Giulio Ferroni. Ma abbiamo ancora un grande ritardo”. (Tonino Bucci)
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