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L'Italia sfodera una delle sue armi migliori alla seconda giornata del RomaFictionFest: "Caravaggio" di Angelo Longoni ci fa vivere, grazie alla bravura di Alessio Boni e a una produzione impeccabile, le avventure di un'anima tormentata di Sergio Lo Gatto
Il tema dell’artista maledetto è antico quanto l’arte stessa. E più si porta indietro il calendario più è difficile e appassionante ricostruire le vite di quelle personalità burrascose e geniali che fanno degli uomini leggende. Se qui si era cercato di dare uno sguardo cumulativo alle vite d’artista degne del grande schermo, ora ci troviamo a parlare direttamente di un esempio. Un ottimo esempio, quello della fiction “Caravaggio”, di Angelo Longoni. C’è, come è naturale, e si sente, un enorme sforzo di sceneggiatura (James H. Carrington e Andrea Purgatori) teso a condensare in un metraggio limitato – inoltre schiavo della riduzione cinematografica per l’estero – storia e mito di questo grande personaggio, senza possibilità di rinunciare mai del tutto alle leggi dello spettacolo.
Ecco allora che l’ossessione di Caravaggio per il binomio Morte-Vita, così ben ideato visivamente, grazie anche alla soluzione un po’ semplice del “cavaliere nero senza faccia”, oppure la sua instancabile ispirazione e i suoi repentini cambi d’umore, vanno a cozzare contro l’esigenza di rendere giustizia ai più curiosi, con il racconto vorticoso e a volte lievemente superficiale dei vizi noti dell’artista lombardo (le prostitute, il vino e la sospetta omosessualità).
Eppure i due sceneggiatori, forse anche grazie al connubio tra due nazionalità diverse e aiutati dalla consulenza artistica di Ida Di Benedetto e quella storica di Claudio Strinati e Maurizio Marini, riescono a fondere in un racconto estremamente movimentato la poesia di un’inquietudine e la ricerca di una libertà d’animo già saputa irraggiungibile perché troppo schiacciata da meccanismi sì politici, ma soprattutto umani. Il prezzo da pagare è una narrazione a volte eccessivamente altalenante, che vede Caravaggio, il bravissimo e bellissimo Alessio Boni, sballottato dal carcere a Palazzo Firenze, dalle taverne a Malta, senza che quasi gli si dia il tempo materiale di cacciarsi nei guai. Ma tutto questo è in conto fin dall’inizio, quando si decide di inseguire, è proprio il caso di dirlo, una biografia così tumultuosa, ricostruita tramite appunti e lettere lasciati negli anni dallo stesso grande pittore e tramite la storia privata di papi, cardinali, cortigiane e nobili, come fosse un grande romanzo. Qualcosa, necessariamente, deve restare fuori. La formula giusta “Caravaggio” di Longoni la trova ed è proprio questa: appoggiarsi il più possibile a questa concitazione di eventi e facce, usandola come scusa per non rinunciare a nulla. Effettivamente ogni piccolo personaggio ha il proprio piccolo spazio e correre dietro a Michelangelo Merisi da Caravaggio, tra vicoli sudici e volte principesche, diviene un passatempo appassionante.
Longoni e i suoi sceneggiatori non rinunciano nemmeno al contrappunto dato da una dimensione più intima e onirica. Il film parte, torna e si chiude con l’ultimo viaggio di Caravaggio, da Siracusa a una spiaggia senza nome, abbandonato dai suoi traghettatori sulla rotta per Porto Ercole. Il delirio di Caravaggio è un delirio poetico, ultimo, sommo, perseguitato e oscuro, maledetto e doloroso come è l’espressione di Golia decapitato, che nel quadro “Davide con la testa di Golia” è un autoritratto dell’artista. Il cavallo nero insegue “Michele” (così viene chiamato dagli amici) per tutta la vita, dandogli come fardello l’ossessione per la Morte e, soprattutto, l’ossessione per la Vita. La frenesia, la brama di rappresentare la realtà, la smania per i modelli in pelle ed ossa, il tentativo spasmodico di dare carne anche alla luce, addirittura i proverbiali “piedi sporchi” di chi calpesta la terra, tutto questo altro non è che la sublimazione della vita ad opera di un genio.
Queste fini e acute scelte narrative e stilistiche, che Longoni affida ai suoi competenti protagonisti (ottimi Elena Sofia Ricci nel ruolo di Costanza Colonna, ma soprattutto Paolo Briguglia nel ruolo dell’amato Mario Minniti e Jordi Mollà che interpreta il Cardinal Del Monte), vivono, agiscono e colpiscono grazie al superbo lavoro di tre tecnici fondamentali. Per quanto riguarda le musiche, il tocco di genio ultimo è portato dall’Argentina. Il compositore Luìs Enrique Bacalov porta alle immagini lo spessore della musica, che dal terribile passa allo struggente, dai legni pizzicati al coro orfico (la scena del rogo di Giordano Bruno è di rara ferocia), contaminando, dove può, musica e diegesi, nell’affidare il compito a liutisti ed eunuchi. Le scenografie di Giantito Burchiellaro, invece, che rubano direttamente dai dipinti del maestro lombardo (Roma è polverosa e sinistra, le corti d’oro e le bettole dense e scure), vengono accarezzate con precisione millimetrica dalla fotografia di Vittorio Storaro. A lui va forse il merito finale della straordinaria potenza visiva di questo prodotto. Niente è lasciato al caso, ogni piccolo angolo d’interno e virgola di cielo sgorgano copiosamente dallo stesso pennello che illumina la Cappella Contarelli e le pinacoteche più famose.
L’imitazione sembra essere un concetto chiave. Nella sceneggiatura stessa compare più di una discussione tra Caravaggio e altri artisti, come Giovanni Baglione e Zuccari, intorno alla critica all’arte come semplice imitazione della natura. Caravaggio stesso, interrogato da un giovanissimo ammiratore sul “come riesca a fare qualcosa di così meraviglioso”, risponde che non lo sa, che lui si limita ad “osservare la Natura”. Durante tale osservazione, il lampo di genio lo raggiunge come un’epifania fondamentale, come la luce nella “Vocazione di San Matteo”, proveniente da un angolo esterno alla tela. Non è più imitazione, è sublimazione. Se nella ricostruzione di miti più recenti, i cui tratti sono testimoniati da fotografie o, addirittura, i cui movimenti lo sono da immagini di repertorio, l’interprete può scegliere di abbandonarsi all’imitazione, la cui fedeltà tanto soddisfa gli appassionati del soggetto, quando si ha a che fare con Caravaggio l’operazione è perdente in partenza. Specialmente, poi, perché a una vita tumultuosa, a una cronaca così fitta di misfatti e intrighi, si contrappone il lato molto più misterioso di un artista sempre sfuggente. Come in un quadro del Maestro, luce e ombra tagliano di netto l’immagine e sono il volto e l’anima di Michelangelo Merisi a fendere l’oscurità, in una rappresentazione mai sopra le righe, nonostante stretti vincoli biografici, (come, ad esempio, quello della salute cagionevole, nel rispetto del quale Boni appare fin troppo spesso sconfitto fisicamente).
Sublimazione, quindi, come quella, ancora più esemplare portata a termine, appunto, da Storaro, che, al contrario, è in possesso di tutta la documentazione necessaria a ricostruire un mito. Il grande direttore della fotografia fa ciò che tutti si aspettano e lo fa a meraviglia. Per oltre due ore lo spettatore vive e osserva i quadri dall’interno, con la “piccola” differenza che quei volti e quei muscoli si muovono, in una danza senza sosta.
Sergio Lo Gatto |