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Italiani a Weimar. La magia del disegno nei capolavori dei geni italiani. PDF Print E-mail
sabato, 18 ottobre 2008

Dalle collezioni della Klassik Stiftung Weimar arrivano alla Casa di Goethe a Roma (in mostra fino al 18 gennaio 2009) importanti disegni di maestri italiani quali Giulio Romano, Perin Del Vaga, il Guercino, Giorgio Vasari, Annibale e Ludovico Carracci.
di Fabio Massimo Penna

Percorsi nell'Arte, Architettura, Design e Fotografia

arpino.jpg A come Alessandro Magnasco. Figlio del pittore Stefano Magnasco, il genovese Alessandro Magnasco si dedica a una pittura originale con paesaggi che rinviano al genere del “capriccio” (opere in cui sono mescolati edifici appartenenti a luoghi diversi) abitati da quaccheri, lavandaie, frati. Spesso sono opere percorse da una sottile vena ironica. Ne “Il cantastorie” di Varsavia davanti a rovine antiche vediamo un cantastorie intrattenere con un improvvisato concertino alcuni straccioni. In “Monaci in preghiera” del Musée de Beaux-Arts di Gand mostra alcuni frati drammaticamente intenti a pregare che si lasciano andare a gesti enfatici e altamente espressivi. Altamente drammatico è anche “Refezione di zingari” della Galleria degli Uffizi a Firenze che ritrae un gruppo di personaggi dai corpi allungati e contorti mentre banchettano di fronte ad imponenti rovine antiche. In mostra il suo disegno a matita rossa con “Studio di un uomo che si china, visto da dietro”.

A come Arpino. Conosciuto soprattutto per aver formato il giovane Caravaggio nella sua bottega romana (presso di lui il Merisi si specializza in nature morte, specialmente in fiori e frutta), Giuseppe Cerasi, conosciuto con il soprannome di Cavalier d’Arpino, era all’epoca artista di gran moda. Nell’Urbe riceve incarichi di notevole prestigio quali gli affreschi del palazzo dei Conservatori, quelli di S.Giovanni in Laterano, alla Cappella Contarelli, alla Cappella Paolina in S. Maria Maggiore, alla direzione della decorazione musiva della cupola di San Pietro. In mostra sono presenti i suoi disegni “Due uomini che camminano verso sinistra”, studio per l’affresco “Il ritrovamento della lupa” nella sala degli Oriazi e Curiazi nel Palazzo dei Conservatori, e il “Busto di un giovane, di tre quarti, rivolto a sinistra”.

C come Carracci.
Annibale Carracci è stato il pittore che, tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, ha aperto la strada alla grande rivoluzione artistica di Caravaggio portando la nuda realtà quotidiana al centro dei dipinti; nella sua opera Carracci rifiuta l’ideale di bellezza classico preferendo una naturalistica rappresentazione del “brutto” in quanto viva espressione del reale e della verità. Con il fratello Agostino e il cugino Ludovico fonda l’Accademia dei Desiderosi (divenuta poi Accademia degli Incamminati). I capolavori che avviano la rivoluzione carraccesca sono “Due macellai al lavoro”, olio su tela noto anche con il nome di “Piccola macelleria”, in cui l’umile lavoro viene nobilitato con la raffigurazione di due macellai intenti a lavorare in mezzo ai quarti di bue e carcasse di animali appesi ai ganci in una scena che (a teatro verrebbe definita un “tranche de vie”) mostra la realtà quotidiana colta dal vivo; la “Macelleria” (“Grande macelleria”), in cui le figure intente al lavoro e i clienti vengono compressi in uno spazio limitato in un’opera che immortala un momento qualsiasi di una giornata lavorativa, esaltando l’immediatezza e la vivacità della vita nelle diverse azioni (chi uccide una pecora, chi stacca un quarto di bue da un gancio, chi pesa un pezzo di carne); il “Mangiafagioli” (1584-1585), in cui evita la classica rappresentazione di sontuosi banchetti per concentrate l’attenzione sul misero pasto di un popolano. La tela è connotata da una pittura sciolta e vigorosa con una materia pittorica densa e una straordinaria immediatezza nel rappresentare la realtà. Altro lavoro fondamentale di Annibale Carracci è la decorazione di Palazzo Farnese realizzata con la collaborazione del fratello Agostino prima e di Domenichino e Giovanni Lanfranco dopo. Il particolare più famoso del ciclo di affreschi è il riquadro con “Il trionfo di Bacco e Arianna” che riprende il tema mitologico di Bacco che trova Arianna abbandonata sull’isola di Nasso e la sposa. In mostra sono prsenti due lavori a lui attribuiti:”Sacra Famiglia con Santi” e “Studio di un ritratto virile”. Ludovico Carracci è il più anziano della famosa famiglia di artisti, e partecipa a quel rinnovamento artistico che apre la strada alla grande arte caravaggesca avviato insieme ai cugini Agostino e Annibale. I tre inoltre fondano l’Accademia dei desiderosi poi divenuta Accademia degli Incamminati. Ludovico avverte la necessità di un’arte in grado di esortare il popolo alla devozione  e la sua pittura spesso esprima con grande trasparenza i contenuti sacri. Esemplare è in questo senso la sua giovanile “Annunciazione” (1585), opera di rigida austerità formale e prospettica che emana un commosso sentimento di grazia e intimità. Con la tela l’artista bolognese “Vuole dimostrare che , come tramite al divino, più delle grandiose figurazione dottrinali vale l’espressione diretta dei sentimenti comuni, la fede semplice e schietta degli umili” (Giulio Carlo Argan, “Storia dell’arte italiana”, RCS scuola- Edizione Sansoni, Milano-Firenze, 2000). Altrettanto potente è il senso devozionale del “Martirio di Santa Margherita” (1616), opera semplice ed equilibrata che raffigura il momento che precede la decapitazione della santa che aveva rifiutato di sposare il prefetto di Antioca e si rinunciare alla propria fede. In mostra si può ammirare il suo disegno “La nascita di Alessandro Magno”.

D come Del Vaga.
Dalla bottega di Raffaello Sanzio escono tre artisti di grande valore: Giulio Romano, Polidoro da Caravaggio e Perin del Vaga. Perin del Vaga a seguito del sacco di Roma abbandona la capitale per trasferirsi a Genova, dove riceve dall’ammiraglio Andrea Doria l’importante commissione di restaurare la villa-fortezza della famiglia a Fasolo. L’artista fiorentino, tra il 1529 e il 1533, svolge l’imponente incarico con l’aiuto di altri artisti (tra i quali Domenico Beccafumi e Giovanni Antonio De Sacchis detto il Pordenone. A Palazzo Doria Perin del Vaga realizza il suo capolavoro la “Caduta dei giganti” (1529-1533) nel dipinto che celebra l’alleanza fra il Doria e Carlo V si possono riscontrare citazioni da Michelangelo in un insieme di stile raffaellesco. L’equilibrio compositivo ereditato dal maestro urbinate viene percorso da torsioni complicate ed effetti dinamici. Tornato a Roma nel 1537 Perin del Vaga realizza nella sala Paolina di Castel Sant’Angelo gli affreschi con le storie di Alessandro Magno e San Paolo. Alla mostra alla Casa di Goethe si può ammirare il disegno con studio di cavalieri “Foglio di studio”.

G come Guercino. Francesco Barbieri, detto il Guercino, realizza una pittura caratterizzata da una sensibilità cromatica (che esprime spesso in straordinari cieli  plumbei) e da una attitudine a creare frementi effetti luministici. Splendido esempio di cielo blu notte attraversato da nubi è quello del paesaggio morale della tela “Et in Arcadia ego” (1618), “memento mori” in cui due pastori fissano perplessi un teschio mentre in basso un’iscrizione latina svela il significato dell’opera: “Io (la morte) sono presente anche in Arcadia”. L’elevata qualità pittorica del Guercino è testimoniata dall’affresco per il Casino Ludovisi “Il carro di Aurora” (1621-1623), una pittura dagli eccezionali effetti di luce e resa atmosferica che raffigura in scorcio il carro dell’Aurora seguito da personaggi allegorici. Il pittore di Cento mostra l’influenza della grande lezione del Caravaggio nel monumentale dipinto “Il seppellimento di santa Petronilla” (1621) della Pinacoteca Capitolina di Roma. Nella mostra “Italiani a Weimer” si può ammirare del Guercino “Giove irato”, uno studio a matita rossa per un’opera ancora non meglio identificata.

L come Luca Cambiaso. Autore di straordinari scorci notturni squarciati dalla luce di candele o torce è il ligure Luca Cambiaso, pittore formatosi sulle opere di Perin del Vaga, Pellegrino Tibaldi e Domenico Beccafumi. Notevole esempio di ambiente notturno è la tavola di carattere religioso “L’adorazione dei pastori” (1570) in cui le poche figure presenti sono immerse nell’oscurità ma rischiarate da una luce abbagliante che sembra provenire dal Bambino steso sulla paglia. La sua notorietà è, però, legata alle decorazioni di importanti edifici genovesi con scene storico-mitologiche come nel caso delle “Storie dell’Iliade” di palazzo Doria-Spinola. In mostra è presente il suo diegno “Cristo inchiodato alla Croce”in cui sono evidenti le sue tipiche figure impostate su forme geometriche

M come Mola.
Pier Francesco Mola mostra la sua grande qualità di disegnatore anche attraverso un genere come quello della caricatura: straordinario esempio di queste opere è “Due conoscitori ammirano un dipinto” (1662 ca) della Pierpont Morgan Library di New York. La sua attività di pittore e incisore si svolge principalmente a Roma dove è membro dell’Accademia di San Luca e lavora insieme a Pietro da Cortona alla Galleria  di Alessandro VII al Quirinale. La sua poetica si riallaccia alla grande lezione di Guercino con paesaggi di grande bellezza cromatica entro i quali inserisce scene bibliche e mitologiche come in “Mercurio addormenta Argo” (1645-1650 ca) o in “Diana ed Endimione” (1640-1650). Altre sue opere famose sono “Il pirata” del Louvre a Parigi e “Omero” della Galleria Corsini di Roma. Alla mostra alla Casa di Goethe è presente con lo “Studio di testa di Bacco”.

R come Romano.
Giulio Romano è il miglior allievo di Raffaello e la sua presenza in ruolo di collaboratore nella realizzazione delle stanze di Raffaello in Vaticano si rivela cospicua. In particolar modo nella “Stanza dell’incendio di borgo” sembra accertato un intervento piuttosto cospicuo degli allievi dell’urbinate sotto la direzione di Giulio Romano e Gianfranco Penni. La sala vede l’importante apporto in fase di esecuzione del pittore romano che pare abbia realizzato anche i disegni preparatori per l’affresco “La battaglia di Ostia” mentre anche nella Sala di Costantino l’intervento di Giulio Romano è piuttosto esteso. Nella capitale Giulio Romano comincia anche la sua attività architettonica con la realizzazione di villa Lante edificata sui resti della villa di Marziale e Palazzo Maccarani, edificio dalla facciata con una serie di doppie lesene doriche. La grande ascesa di Giulio Romano come architetto e artista avviene nel 1524 quando è chiamato a Mantova al servizio di Federico II Gonzaga. L’incarico è prestigioso e di grande responsabilità: Giulio Romano ricopre il ruolo di prefetto delle fabbriche ducali e di sovrintendente allo sviluppo urbanistico della città. La sua opera è determinante per il definitivo assetto della città e per il rinnovamento di Palazzo Ducale. Il suo capolavoro assoluto è il Palazzo Te, edificato su di un’isola collegata alla città tramite dei ponti. La facciata del palazzo (contrassegnata da un loggiato a serliane), costruito intorno al cortile centrale, ricorda per la sua struttura bassa e orizzontale i classici edifici veneti a barchessa. Edificato come luogo di svago e di piacere, Palazzo Te ha la pianta quadrata ed è affiancato da un grandioso giardino racchiuso da un’ esedra ad arcate a bugno rustico. L’eclettica commistione di artificio e natura che connota il progetto di Giulio Romano mostra la capacità dell’artista romano di confrontarsi con la tradizione: “Giulio non è pienamente anticlassico, anzi indulge su impostazioni tradizionali, ma al fine di esercitare contro di esse la sua ira blasfema, una sprezzante irrisione, carica di erotica sensualità. Palazzo Te è il più spregiudicato e sconvolgente testo del manierismo europeo. Accumula incredibili invenzioni: facciate multiple, strutture liquidamene disperse nelle pescherie del giardino, triglifi scivolanti, e crolli della sala dei giganti, concepiti, come dice Gombrich, con ‘l’azzardo del brivido’” (Bruno Zevi, “Storia e controstoria dell’architettura in Italia”, Newton & Compton, Roma, 1997). La scatenata fantasia di Giulio Romano trova modo di esplicarsi anche all’interno dell’edificio, soprattutto nella sala dei giganti il pittore mostra la sua straordinaria capacità d’invenzione nell’affresco della “Caduta dei giganti”. Il suo spettacolare dipinto coinvolge gli spettatori nel crollo che travolge  i colossi dell’affresco come sottolinea Giorgio Vasari: “Fece oltre ciò Giulio in quest’opera, per farla più spaventevole e terribile, che i giganti grandi e di strana statura (essendo in diversi modi dai lampi e da’ fulgori percossi) rovinato a terra: e quale inanzi e quale a dietro si stanno, chi morto, chi ferito, chi da monti e rovine di edifizii ricoperto. Onde non si pensi alcuno vedere mai opera di pennello più orribile e spaventosa, né più naturale di questa. E chi entra in quella stanza, vedendo le finestre, le porte et altre così fatte cose torcersi e quasi per rovinare, et i monti e gli edifizii cadere, non può non temere che ogni cosa non  gli rovini addosso, vedendo massimamente in quel cielo tutti gli dii andare chi qua chi là fuggendo” (Giorgio Vasari, “Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”, Newton & Compton editori, Roma, 1991). Altrettanto imponente è l’affresco nella sala di Psiche con lo scenografico affresco che in un vivace accostamento di colori squillanti dipana lo sfarzoso dispiegarsi di figure del festino degli dei. In mostra il disegno “Due bambini nudi con una ghirlanda davanti a un piedistallo e portanti una trave”.

S come Salvator Rosa.
Nel Seicento il napoletano Salvator Rosa si impone come uno dei più importanti paesaggisti del secolo. Animo polemico ed inquieto, oltre che pittore fu anche poeta. La sua vita dissoluta e le sue “Satire” attirano l’attenzione dell’Inquisizione che comincia a perseguitarlo. Le “Satire” sono sette componimenti in terzine (“La musica”, “La poesia”, “La pittura”, “La guerra”, “L’invidia”, “La Babilonia”, “Il Tirreno”) composte in un periodo di tempo che va dal 1640 al 1657. Le sue idee filosofiche innervano anche i suoi paesaggi dedicati alla mitologia, alla storia e ad argomenti biblici.Pathos fervido e temperamento passionale impregnano le sue stupende scene di battaglia animate da potente espressività e spettacolare dinamismo (“Battaglia” della Galleria Pitti a Firenze). Nella “Selva dei filosofi” l’artista partenopeo indaga i rapporti tra la natura e la civiltà. Altro genere nel quale Salvator Rosa eccelle è quello di inquietanti paesaggi con rovine abbandonate e mangiate dalla vegetazione e dal tempo spesso abitate da figure terrificanti. Nella mostra “Italiani a Weimar” è presente la sua “Testa maschile con turbante”.

V come Vasari.
Senza di lui poco o nulla sapremmo degli artisti del Rinascimento, senza il suo“Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti ” l’esistenza di importanti scultori, pittori e architetto sarebbe avvolta una fitta nebbia. Giorgio Vasari svolge all’interno della cultura italiana un fondamentale duplice ruolo di trattatista e artista, di biografo e soggetto di biografie. Purtroppo proprio l’ attività cui teneva maggiormente, quella di pittore, gode minore considerazione presso pubblico e critica rispetto a quella di scrittore e architetto. Detto delle sue “Vite” testo fondamentale per chiunque ama l’arte bisogna considerare il suo importante impegno in architettura Tra il 1551 e il 1554 è a Roma a lavorare insieme a Bartolomeo Ammannati al ninfeo del parco di Villa Giulia (del progetto della villa e della facciata principale si occupa il Vignola. A Firenze realizza un gioiello architettonico: il “corridoio vasariano”, una lunga struttura longitudinale che permetteva di passare da Palazzo della Signoria a Palazzo Pitti in una zona protetta, al sicuro dal pericolo di attentati, mentre all’interno di Palazzo Vecchio, progetta (su programma iconografico pensato da Vincenzo Borghini) lo studiolo di Francesco I: era un camerino senza finestre di forma allungata e stretta con bronzi contenuti entro nicchie marmoree e destinato a ospitare medaglie, vasi, gioielli, vetri e altri oggetti di pregio. Come pittore a Venezia dipinge le decorazioni del soffitto del palazzo Correr sul Canal Grande”, ad Arezzo realizza la grande tavola con “Le nozze di Ester e Assuero”, per lo Studiolo di Francesco I dipinge “Perseo e Andromeda”. Nel 1572 riceve la commissione di decorare  l’interno della cupola di Santa Maria del Fiore con un affresco rappresentante il “Giudizio universale”. Purtroppo, l’artista scompare prima di riuscire a portare a termine l’incarico. In mostra il suo disegno “Deposizione”.

Z come Zuccari. Federico Zuccari è un artista eclettico che si impone come pittore e architetto. Fondatore dell’Accademia di San Luca, Zuccari dedica al disegno e alla sua preminenza nell’attività artistica dedica il  saggio “L’idea de’ scultori, pittori e architetti” (1607). Roma reca i segni della sua straordinaria originalità nell’estrosa opera architettonica di Palazzotto Zuccari in via Gregoriana. Le porte e le finestre dell’edificio hanno l’aspetto di bocche spalancate di bizzarre e mostruose figure. Tra le sue opere pittoriche ricordiamo nella sala del Maggior Consiglio del palazzo ducale di Venezia “Il Barbarossa prostrato dinanzi al papa” e la decorazione della sala regia e della volta della cappella Paolina in Vaticano. In mostra lo straordinario disegno “Adorazione dei pastori”.

Fabio Massimo Penna

In pillole:
Disegni italiani del XVI al XIX secolo dalle collezionidella Klassik Stiftung Weimar

Casa di Goethe, Roma Via del Corso, 18 tel. 06/32650412
Dall'11 ottobre 2008 al 18 gennaio 2009
Da martedì a domenica, orario 10-18 (chiuso il lunedì e il 24, 25, 26 e 31/12 e il 1/01)
Ingresso (inclusa la mostra permanente "Goethe in Italia"):
Adulti: € 4.00
Ridotti: € 3.00
Carta famiglia: € 11.00
Ingresso libero per bambini fino a 10 anni e soci Icom
Visite guidate su appuntamento: € 35.00
(gratis per gruppi di studenti)

Last Updated ( giovedì, 18 dicembre 2008 )
 
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