In occasione dell'81esimo anniversario dell'uccisione di Sacco e Vanzetti l'omonima associazione ha deciso di organizzare una veglia contro la pena di morte e per l'applicazione dei diritti umani nel mondo, in collaborazione con Amnesty International, Nessuno Tocchi Caino e Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte.
di Andrea Camboni
Pena di morte. Tutti i pezzi
Il clima politico statunitense nel primo ventennio del ‘900
Il radicalismo italiano negli Stati Uniti
Nel caso di Sacco e Vanzetti “il fato fu il regolatore segreto degli eventi nell’aula di Dedham…un fato come lo intendevano i Greci, che schiaccia tutti i protagonisti della tragedia e che inesorabilmente si conclude in catastrofe” (Francis Russell). Eppure l’opinione pubblica ha sempre interpretato la vicenda alla stregua di un dramma i cui protagonisti si annullano diventando simboli di una lotta manichea degli opposti. Ma se tutti sono vittime del caso, questa dialettica al rimando, rende sordi alle reciproche ragioni trasformandole in accuse e determinando una cristallizzazione delle rispettive opinioni.
È in questo senso che la vicenda di due anarchici italiani, emigranti come tanti altri, si è trasformata in una storia che per mezzo secolo ha acceso gli animi di quanti assistettero agli eventi e di quanti, grazie al velo che con il tempo si alza sulla storia, constatarono come proprio il caso, seme della storia, fosse stata la determinante di un processo tutto improntato alla generalizzazione del particolare. Il clima politico statunitense, in quei primi decenni del Novecento, può ben essere caratterizzato come “in preda alla monomania che i comunisti fossero sul punto di impadronirsi degli Stati Uniti”. Una diagnosi lapidaria in realtà espressa dal dottor Warren Stearns, psichiatra della prigione di Stato dove Sacco e Vanzetti furono detenuti dopo la condanna, in direzione del Giudice Thayer che aveva presieduto il processo. Senza mettere in discussione l’onestà di Thayer, è necessario ricordare come non fosse riuscito a garantire l’imparzialità del dibattimento durante gli interrogatori, ad esempio del piccolo Vincenzo Brini, che giurava di aver trascorso tutta la mattina del 24 dicembre 1919 con l’amico Vanzetti a vendere le anguille, mattina in cui si svolgeva la tentata rapina di Bridgewater al furgone delle paghe di cui Vanzetti era accusato. “Avevo solamente tredici anni ed ero impaurito –ricorderà a Russell vent’anni dopo- Non ero mai entrato in un’aula di tribunale. Katzmann (avv. dell’accusa) mi saltò addosso come una tigre, sparava le domande a tre alla volta. Thayer non mi diede nessun aiuto…”.
Un processo dovrebbe risolversi grazie alle prove presentate. Ma l’atmosfera del tempo non permetteva incertezze. C’era in ballo l’intero sistema sociale ed economico del Paese. La loro innocenza avrebbe sancito l’avanzata del sindacalismo; la colpevolezza ne avrebbe decretato, come accadde, la dissoluzione. “l’ambiente conservatore si convinceva sempre più che Sacco e Vanzetti erano diventati una sfida alla società alla quale si poteva rispondere soltanto con la loro morte”. Facile che il mantenimento di un bene così prezioso come lo status quo annebbiasse le coscienze con dubbi che avrebbero incrinato il “sogno americano” scivolando fuori dal Palazzo di Giustizia per diffondersi come acqua fresca nel terreno “sovversivo” delle rivendicazioni sindacali. Acqua che avrebbe irrorato il seme del caso e chissà che la storia avesse preso un altro corso. Se cade uno (Sacco e Vanzetti) tutto si salva e se il tutto non crolla non cade nessuno. E certo che neppure il Governatore Fuller voleva cadere perdendo i privilegi conquistati in una vita di lavoro. L’unico che avrebbe potuto sospendere la condanna e far riesaminare il caso in nuovo processo ma, al contrario, si lasciò persuadere dal rapporto Lowell, Rettore dell’Università di Harvard e Presidente della commissione istituita del compito di vagliare la documentazione presentata, o meglio dall’appartenenza di questo alla “Back Bay” bostoniana. Da bottegaio di biciclette qual’era, nonostante la posizione acquisita, si sentiva diverso rispetto ai “bramini” del Quartiere alto che frequentava e tanta insicurezza lo condusse all’interramento delle proprie inclinazioni.
E nulla, probabilmente, fu fatto in malafede. Quando il nostro mondo è in pericolo tendiamo ad elevare a grave minaccia la più piccola incoerenza del sistema e a riconoscere delle prove negli indizi raccolti. Il fatto che “il diritto dei cittadini di tenere e portare armi non potrà essere violato” (II Emendamento, 1791) si sia poi dimostrata la principale accusa, rivela come davvero, a detta di Nunzio Perticone, maggior studioso dell’anarchismo italiano, l’arresto di Sacco e Vanzetti sul tram di Brockton non significava più, solamente, la ricerca delle prove di un duplice omicidio. Senza quella rivoltella, trovata nella tasca posteriore dei calzoni di Vanzetti, e quella Colt automatica, prelevata dalla fusciacca di Sacco, i due non sarebbero stati trattenuti né, dunque, collegati alla rapina di South Braintree in cui morirono il cassiere e la sua guardia. Un assassino con un barlume di ragionevolezza porterebbe con sé l’arma di un delitto consumato poche settimane prima? E ad ogni modo, perché due proseliti del pacifismo mondiale dovrebbero tenere delle armi cariche e pronte a far fuoco? Due giorni prima dell’arresto, il 3 maggio, un comune amico, Andrea Salsedo, volava giù dal quattordicesimo piano di un edificio appartenente al Ministero di Giustizia. Salsedo era segnalato come loro in una lista di sovversivi fuggiti oltre il Rio Bravo per evitare la chiamata alle armi.
Dunque è la paura, la più umana delle debolezze e la più pericolosa quando si rivolge contro se stessi e, tornando a Russell, proprio “…come nella tragedia greca l’eroe crea la propria rovina con le sue stesse parole, si perde per le sue stesse debolezze interiori…”. In fondo la tragedia perfetta, riflette Aristotele nella “Poetica”, ha bisogno della complessità e della mimesi di un ordito intreccio di fatti che suscitino pietà e terrore negli astanti. A loro volta, gli uomini, rispetto alle azioni, possono essere felici o infelici e dunque la “favola” della tragedia perfetta deve rappresentare il passaggio dalla felicità all’infelicità. Ora, mostrare uomini “dabbene” nell’atto di mutare la loro felicità in infelicità non ispira né terrore e tanto meno pietà ma ripugnanza. Di contro, se esula dallo spirito tragico la resa felicità dell’uomo malvagio, la sua infelicità, come nel primo caso, non suscita terrore o pietà. “Si prova pietà per una persona la quale sia immeritatamente colpita da sventura, si prova terrore per una persona la quale [, colpita allo stesso modo da sventura,] abbia parecchi punti di somiglianza con noi”. Infine Aristotele individua una “via di mezzo” nell’identificazione di un “buon personaggio da tragedia [in] colui il quale, senza essersi particolarmente distinto per la sua virtù o sentimento di giustizia, [ma,] neanche sia tale da cadere in disavventura a cagione di una sua malvagità o scelleraggine” la tragedia discende soltanto da qualche suo errore. Nelle vicende di sacco e Vanzetti coesistono tutti gli elementi di una tragedia perfetta, “mimesi di un’azione seria” che quanto più è sconcertante tanto maggiore è l’effetto di sollevare e purificare gli animi dai sentimenti di terrore e pietà che ne scaturiscono. Per dimenticare una violenza, perché davvero non si ripeta, allora non bisogna mai dimenticarla.
“Vi presento la maestosa matrona che ha nome Cristianità, mentre rientra con gli abiti in disordine, infangata e disonorata da scorrerie piratesche a Kiao-Chow, in Manciuria, in Sudafrica e nelle Filippine, con l’animo colmo di meschinità, le tasche rigonfie di quattrini, la bocca piena di pie ipocrisie”. (Mark Twain, New York Herald , 1900)
“Di fronte al fatto che l’uomo moderno è più infelice dell’uomo delle caverne, mentre la sua capacità di produrre è mille volte maggiore di quella del cavernicolo, si può giungere a una sola conclusione: che la classe capitalista ha amministrato male…ha amministrato in maniera criminale ed egoista”. (Jack London, Il tallone di ferro, 1906)
“Così, figlio, invece di piangere, sii forte, in modo da poter confortare tua madre…portala a fare una lunga passeggiata nella campagna tranquilla, a raccogliere fiori selvatici qui e là…Ma ricordati sempre, Dante, nella felicità non pensare solo a te stesso…aiuta il perseguitato e la vittima perché sono i tuoi migliori amici…In questa lotta che è la vita troverai più amore e sarai amato”.
(Ultimo messaggio di Nicola Sacco al figlio Dante)
“Mai, vivendo l'intera esistenza avremmo potuto sperare di fare così tanto
per la tolleranza, la giustizia, la mutua comprensione fra gli uomini”.
(Bartolomeo Vanzetti, alla giuria che lo condannò alla pena di morte)
“Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — io non augurerei a nessuna di queste ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui io non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui io sono colpevole. Io sto soffrendo perché io sono un radicale, e davvero io sono un radicale; io ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano ...”
(dal discorso di Vanzetti del 19 aprile 1927, a Dedham, Massachusetts)
…per il tuo pianto sincero e tempestivo
All’ascolto di tante opere italiane
Strappacuore
per avermi tirato i capelli quando
strappavo le foglie agli alberi così
che sapessi cosa vuol dire, noi ora
ci siamo dentro, la rivoluzione, fino alle
ginocchia e la marea sale, abbraccio
sconosciuti strada, colma del loro amore e
del mio, l’amore che ci hai detto o arriva oppure siamo
morti, l’hai detto a tutti in quel parco del Bronx, io ascoltavo
nel crepuscolo primaverile del Bronx, respiro delle stelle, così splendido
tu per me con i capelli bianchi, la statura i tuoi occhi
fieri e azzurri, rari in un italiano, e io stavo
in disparte guardando te, mio nonno
che la gente ascoltava, e io sto
in disparte a sentire mentre servo la minestra
giovani con la luce sui volti
alla mia tavola, parlano d’amore, parlano di rivoluzione
che è amore, pronunciato alla rovescia, oh, quanto
ci ameresti tutti, tuoneresti la tua sapienza anarchica
su di noi, declamando Dante, e Giordano Bruno, uomini ligi
a servire i tuoi scopi, bene, devi sapere
che lo facciamo per te e per il tuo sangue, per Carlo Tresca,
per Sacco e Vanzetti, senza saperlo
o pensarci, come lo facciamo per Aubrey Beardsley
Oscar Wild (tutti i fanali delle strade
Saranno viola), lo facciamo
per Trotzkij e Shelley e il grosso/ottuso
Kropotkin
Gli scioperanti di Eisenstein, l’ennui di Jean Cocteau, lo facciamo per
Le stelle sopra il Bronx
Che possano guardare la terra
Senza vergogna.
(Diane di Prima, Poesia di compleanno-pesce d’aprile per il nonno)
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