Campione del mondo di calcio a Berlino, modello di fair play e altruismo, uomo copertina, protagonista di spot pubblicitari di successo, da ultimo addirittura scrittore. Da ex emigrante del profondo Sud, costretto alla gavetta del campionato scozzese, a stella del Milan in finale di coppa dei Campioni. Sangue, sudore e calci. Grugni e grinta. Uno che certo non si risparmia gambe e polmoni, la cui filosofia può sintetizzarsi nello slogan: ''Rino is now''. di Gianluca Gioia
La vita è mo! Di Rino "Ringhio" Gattuso tutto si può dire e pensare tranne che non sia uno di quei simboli calcistici e sportivi che travalicano l'appartenenza a un club e hanno un posto riservato nel cuore di tutti gli appassionati di uno sport vissuto con passione ed emozione. Gattuso, calabrese, 28 anni, riesce a farti ridere dopo una partita passata a soffrire e prendere botte per la squadra con una semplice battuta e ti emoziona quando sul campo sembra interpretare i desideri dei tifosi e dei telespettatori che nella mente si ripetono che "bisogna metterli sotto, morderli e aggredirli" e Gattuso un secondo dopo entra duro in scivolata rubando un pallone impossibile e ridando animo a tutta la squadra e allo stadio che aspettava solo quello.
Insomma , Gattuso è uno di quei giocatori che ti fanno amare il calcio e che non puoi non sostenere, di qualunque squadra tu sia tifoso.
A come attore. I mondiali di calcio 2006 sono stati i Mondiali di Materazzi, di Grosso, di Cannavaro, di Gattuso e non tanto quelli di Totti e Toni. Ha vinto cioè l’italianità della fatica, della durezza se è necessario, della fisicità e non tanto quella della tecnica, dello stile o della genialità calcistica. Il simbolo di quell’Italia concreta, laboriosa, cioè Rino Gattuso, è diventato il principe dei testimonial italiani, un’icona glamour. Vodaphone lo ha scelto come protagonista del fortunatissimo tormentone ‘Life is now’ assieme a Francesco Totti. E, ancora, la Gillette, la Coca Cola, la Nike... Ma, Gattuso, sa di possedere un vero talento di attore come dimostrano le sue esibizioni negli spot? “Non so se c’è questo talento in me. Devono giudicarlo gli altri. Però sicuramente preferisco stare nel mondo in cui sono sempre stato, nel mondo del calcio. Poi certo è normale che quando grandi aziende, e devo dire che ho avuto la fortuna in questo periodo di lavorare con grandissime aziende, ti propongono delle robe che l’immagine te la fanno crescere, come fai a dire di no? Al di là dei soldi, perché uno sicuramente lo fa anche per i soldi, queste aziende sono incredibili per quello che riescono a fare della tua immagine”. Ma la sua immagine negli spot è quella reale? “Sì, sono me stesso, sono spontaneo e mi diverto anche”.
B come bello. In un sondaggio Gattuso è risultato "il più sexy" del Mondiale 2006. Lo stilista Domenico Dolce lo definisce "un uomo dalle virtù demodé”. E, soprattutto, chi l’avrebbe mai detto: in Inghilterra il calciatore più amato non è né Francesco Totti né Fabio Cannavaro né tantomeno Alessandro Nesta, i tre belloni della Nazionale italiana. Ma neanche l’inglese David Beckham. Sapete chi è il più amato dalle donne inglesi? Il giocatore più tenace, quello che non molla mai e che sprona in ogni momento i suoi compagni: Rino (Ringhio) Gattuso. Il centrocampista del Milan è stato secondo le suddite di Sua Maestà il più bel giocatore di tutto il Mondiale. Sarà per il suo carattere indomito, per la sua aria rude e da cavernicolo o per la sua indole battagliera e la sua tenacia. Sta di fatto che le donne inglesi in una intervista hanno dichiarato di preferire ai classici belloni del calcio tutte creme e capelli lunghi, la bellezza più trascurata, ma non per questo meno affascinante, di Rino Gattuso. E le foto che vi ritraevano con le mutande di D&G? "A mia moglie quella non è piaciuta". Ma Gattuso si considera davvero l'anti-Beckham? "Se vogliamo intendere che io nella mia vita non mi sono mai spalmato una cremina sulla faccia, ci può stare. Io il mio aspetto lo curo poco".
C come cibo. Gattuso è goloso di tutto, ma proprio tutto; non si fa nessun tipo di problema. Anche se preferisce il dolce al salato. Le cose cui proprio non può e non vuole rinunciare sono la Nutella e, naturalmente, il tiramisù di sua moglie: “Ho scoperto solo da poco tempo che l’ingrediente magico che usa sono i Kinder Bueno, li sbriciola e li mette nell’impasto: una goduria”. Per restare negli 72 chili del suo peso forma (è alto un metro e 76), Ringhio deve rinunciare alla panina (come si chiama in Calabria), quel semplice e divino sandwich di cui fornisce la ricetta: “devi prendere quei nostri panini tipici, condirli con pomodorini secchi (calabresi ovviamente), un po’ di cipolla e qualche fetta di prosciutto crudo o cotto: a ogni morso si raggiunge l’estasi”. Ci sono gustosi retroscena sul capitolo cibo di Gattuso: "Io tendo a ingrassare, da sempre. Se bevo un bicchiere di vino in più ci vogliono chilometri di corsa per smaltirlo. Invidio Pirlo e Gourcuff che si mangiano i bufali e non ingrassano di un etto. Poi c'è Pippo Inzaghi: da trent’anni mangia sempre le stesse cose, pasta in bianco e bresaola, soltanto a vederlo mi viene la febbre a quaranta".
D come Dio. Nel suo libro Gattuso racconta quanto patisce l’attesa delle grandi gare: non dorme, va continuamente in bagno, salta in aria come un indemoniato se appena qualcuno la sfiora. “E’ terribile l’attesa delle grandi sfide. Preghi Dio: ti giuro, fammi passare questa e poi non ti chiedo più nulla. Ma la volta seguente chiedi ancora di vincere. Ti brucia quando perdi, non ho visto nessuno che ci sta a perdere”.
E come Estimatori. ''Giocatori come Gattuso e Kaka' nel loro ruolo sono i più forti del mondo''. Lo ammette l’allenatore del Liverpool, Rafael Benitez, sconfitto dal Milan nella finale di Champions. Anche sir Alex Ferguson impazzisce per Ringhio. Ma l'omaggio più bello gliel'ha tributato il presidente del Coni, Petrucci. ''Sono d'accordo con Gattuso quando ha detto che le sensazioni e le emozioni che da' la maglia azzurra non sono paragonabili a quelle di una finale di Champions League. Quella di Gattuso è stata una vittoria nella vittoria. Per me lui oggi è lo spot migliore per la Nazionale''. Per lui gli allenatori stravedono da sempre. Da Galeone, che lo fece debuttare in serie A nel Perugia nel '96 a soli 17 anni, dopo essere stato scartato dal Bologna, ad Ancelotti, da Trapattoni a Lippi. Oltre che dallo sport a Gattuso arriva anche l'omaggio del mondo politico. Per il tifoso leghista Roberto Maroni il giocatore è il simbolo del Milan ''operaio'', contro ''l'elite nobile dell'Inter''. ''Una grande squadra - dice - vince con le grandi punte, ma anche con i lavoratori''.
F come Famiglia. Gattuso scrive che suo padre gli ha insegnato a vivere e che “se dire una cosa del genere non suona intelligente o simpatico o fico, pazienza, io la penso così”. Insomma, dimostra di essere molto più profondo di quanto un calciatore possa apparire. “Non so quanti ragazzi oggi dicono ai genitori: papà ti voglio bene, mamma ti voglio bene. Io per mio padre ho una venerazione. Se posso farlo contento in tutto e per tutto... Anche a mamma, per carità, ma diciamo che il debole è per papà”. Alla famiglia Gattuso non mancava niente, anche se non si potevano dire ricchi, poi un bel giorno al figlio Rino, che gioca al pallone col Perugia a rimborso spese, la squadra scozzese dei Rangers offre 500 milioni di lire, una cifra spaventosa. “E io, al telefono da Perugia, dissi a papà che non volevo andare e lui mi disse: Vignu là cura machina e tu fazzu arricurdari pe tutt’a vita (traduzione: vengo lì in macchina e te lo faccio ricordare per tutta la vita). Allora io dissi: papà, sto scherzando, iamu (traduzione: andiamo, a Glasgow)”. Rino ha due sorelle. “Una mi assomiglia, dicono che è uguale a me con la parrucca, sia chiama Francesca, ha vent’anni, gestisce i miei due negozi sportivi a Schiavonea, una brava ragazza molto tosta, ha la stessa carica che ho io. L’altra, Ida, è molto diversa da noi nel modo di pensare e di comportarsi, molto calma e in questo ricorda mamma, vive a Brescia dove tra un anno conseguirà la laurea in giurisprudenza. Sono molto attaccato a loro anche se, per colpa del mio carattere un po’ troppo chiuso, non dimostro l’amore e l’affetto che provo nei confronti loro e dei miei genitori. E il bene che voglio loro è immenso. Io credo di essere, sono convinto di essere una persona di cuore e lo dimostro anche con gli amici, do tutto me stesso a chi voglio bene. Ma anche a chi è meno fortunato di me, io che ho avuto tanto dalla vita cerco sempre di fare del bene, spesso senza farmi vedere”.
G come Galliani. L’uomo che ha puntato sul Gattuso calciatore e ha vinto è Adriano Galliani: “Alla Salernitana lavorava come team manager Ruben Buriani che mi fece parlare con Adriano Galliani. Avevo già una mezza parola con la Roma, ma io scelsi il Milan. Il pensiero di giocare con lo scudetto sul petto fece la differenza. Mi è rimasta in mente la frase di Sensi che, incrociandomi due anni dopo, mi accusò sorridendo di aver 'preferito la nebbia di Milano al sole di Roma'! Arrivai in via Turati, e poi a Milanello e guardando i trofei e le foto appese alle pareti mi resi conto di avere azzeccato la scelta. Feci la conoscenza di quelli che sono sempre stati degli idoli come Paolo, Billy, Demetrio, Seba. La grande forza del Milan è nell'avere tanti ragazzi che si rispettano reciprocamente, senza nessuna invidia”. “Okay, ero al Milan, fresco vincitore dello scudetto. E per tre anni non si vince più niente, una tragedia. Poi però arriva la quarta stagione: una stagione magica: penso al preliminare con lo Slovan Liberec in cui abbiamo rischiato di uscire o alla partita con l'Ajax con l'ultimo gol segnato al 93', ma anche i trionfi con il Deportivo, con il Bayern, con il Real. Poi la doppia semifinale con l'Inter, non ho dormito una settimana dalla tensione accumulata. E infine Manchester, una carica particolare che mi portavo dietro dal primo giorno in cui sono arrivato al Milan: la curva rossonera che grida il mio nome, io che spontaneamente batto con il pugno il mio cuore per far capire loro che erano tutti lì, dentro me. Ricordo e ricorderò per sempre tutto di quella sera, ogni attimo, ogni corsa, ogni viso dei miei compagni durante i centoventi minuti e i rigori. Poi la festa negli spogliatoi, piango, chiedo a Berlusconi di farsi fotografare con me e con la coppa. E poi la festa in albergo con i miei genitori, i miei amici, i miei compagni, la spaghettata alle quattro del mattino, i calci a un pallone alle cinque su un campo da golf adiacente. Dopo, non ho dormito per tre giorni tanta era l'adrenalina accumulata”. “Ogni tanto ripenso alle mie origini, alle partite sulla spiaggia in un paese di quindicimila abitanti. Ripenso a tutti i tifosi all'Old Trafford e a San Siro, E tutti quei ricordi affiorano nella tua mente e li rivivi da campione d'Europa, da vincitore della Coppa Italia e della Supercoppa Europea. E' inutile, ha ragione Galliani, certe cose possono succedere solamente al Milan”. "Nel Milan giocherei anche in porta".
H come hobby. Gattuso non ha tanti hobby, anzi non ne ha proprio. “Mi piace molto stare a casa con Monica, ho così poco tempo per lei che tutto il resto passa in secondo piano, anche Sam (il suo golden retriever). Voglio stare solo con lei, è la mia fidanzata, un giorno sarà mia moglie ed è giusto dedicare a lei le ore in cui non sono impegnato con il calcio. E’ diversa la situazione quando siamo in ritiro: allora porto con me il lettore dvd per passare il tempo con qualche film oppure ascolto qualche cd. Il tutto, sia chiaro, rigorosamente con le cuffie per non disturbare i miei due compagni di stanza! I film che preferisco sono soprattutto quelli d’azione e i thriller, ma non disdegno nemmeno le commedie. La musica, invece, è quasi esclusivamente quella italiana senza distinzione, da De Gregori ai Gemelli Diversi. Una canzone in particolare? Con Monica ci piace ascoltare ‘Annarè’ di Gigi D’Alessio”.
I come Impresa. Lunedì 18 dicembre 2006 Gennaro Gattuso ha aperto una azienda per la depurazione e l'allevamento dei molluschi chiamata "Gattuso & Catapano", nella sua città natale, Schiavonea. Gattuso il giorno dell’inaugurazione ha dichiarato: “Era diverso tempo che, con la mia famiglia, stavamo valutando la possibilità di mettere su un insediamento produttivo, un'attività industriale che in maniera concreta contribuisse a dare sollievo alla disoccupazione che rappresenta un problema atavico per Corigliano e per tutto il comprensorio”.
L come libro. 'Se uno nasce quadrato non muore tondo', edito da Rizzoli. Il centrocampista campione del mondo sfodera la proverbiale grinta per raccontare la propria vita, di terrone di successo, con un passato a fare gol sulla spiaggia di Schiavonea prima di esordire nel Perugia e un presente come quello della finale di Champions League in cui, oppure quello di chi dopo avere dato tutto in campo, continua la sua partita dalla panchina incitando il pubblico a fare il tifo per il Milan. Un Masaniello del calcio insomma, a cui le performance aggressive nel campionato del mondo l'estate scorsa in Germania hanno dato ancor più fama di leader. Lui, scrive il centrocampista nelle 160 pagine del libro, è rimasto bambino, riuscendo a mantenere l'entusiasmo e l'umiltà degli inizi, il che significa non dimenticare mai da dove si è partiti (per questo il ricordo dei pescatori di Schiavonea ''mi fa sentire sempre il mare dentro''). Gattuso scherza sul suo italiano (''alcuni miei compagni di squadra dicono che mi e' morto l'insegnante da piccolo'', ma non esita ad essere sincero confessando la propria voglia di vincere a tutti i costi. C'è pure un essenziale vocabolario calcistico italiano-inglese-calabrese, dialetto quest'ultimo da cui Gattuso non si separa mai. Si tratta di un dizionarietto trilingue di termini calcistici. Ne fornisce qualche esempio. Tackle, contrasto in italiano, in calabrese si traduce: Acciungal (letteralmente: azzoppalo, ovverosia procuragli una qualche mutilazione). E in finale svela tre trucchi collaudati per rilassarsi prima di una partita, eccoli: la zuppa giapponese di pesce la sera prima, un ripasso delle sigle dei cartoni animati il giorno stesso, rileggere qualche pagina del dottor Zivago poco prima di entrare in campo. Il libro si conclude con il Rino pensiero su colleghi e amici. Rivela così che il più stonato è Buffon, il più intellettuale Costacurta, il più simpatico Del Piero .
M come mediano. C'erano una volta gli anni in cui una 'vita da mediano' era solo sinonimo di sudore e lacrime, l'equivalente nel calcio del gregario del ciclismo. Gente che godeva quasi a restare nell'ombra lontano dalla luci della ribalta, pronta a tutto pur di regalare uno sprazzo di luce ai loro capitani. Poco importa che si chiamassero Coppi, Bartali, Moser, Bugno o Rivera, Mazzola, Baggio , Totti oppure... Kaka'. A parziale risarcimento di una vita di fatica e polvere, Luciano Ligabue rese il suo personalissimo omaggio agli interpreti di un ruolo sottovalutato e bistrattato: 'Vita da mediano', un'ode a 'gladiatori' senza gloria. Simbolo di quella dedica specialissima per la rockstar e tifoso interista fu Lele Oriali. Ma negli anni sono stati tanti i giocatori che hanno incarnato il personaggio dell'atleta oscuro e ruvido, sempre oscurato dai divi da prima pagina: anzitutto gli attaccanti, i più acclamati dai tifosi, ma anche i numeri dieci, con qualche rara eccezione fra i portieri (da Zoff a Buffon) e i difensori (da Facchetti a Cabrini). I mediani mai: si chiamassero Lodetti, Furino, Benetti, Buriani oppure Bagni, l'idolo di Gattuso da ragazzo. Tutti comprimari o gregari fino a quando e' apparso lui, il Ringhio nazionale. La 'missione impossibile' del Fenomeno Gattuso è questa: riabilitare proprio quel ruolo di mediano che lui ha sempre vissuto quasi come una vocazione. Negli anni di Glasgow quando Advocaat cercò di trasformarlo in difensore si ribellò e se ne tornò in Italia alla Salernitana. La squadra retrocesse in B per un solo punto, dopo un eccezionale girone di ritorno, ma tutta la città impazzì lo stesso per lui. Il Milan si accorse presto di Gattuso e con la maglia n.8 Ringhio non ebbe difficoltà a ritagliarsi un posto da titolare.
N come Nonno. Rino Gattuso è sincero, proprio come suo nonno: “Mio padre, Francesco, faceva il falegname ma era un calciatore nell’anima. Giocava centravanti, in quarta divisione, ma era un Ringhio pure lui, non mollava mai. Una volta fece 14 gol in una partita sola e la squadra avversaria era la Morrone di Cosenza. E poi suo padre lasciò lo Schiavonea, la squadra del paese dei Gattuso, e andò a giocare con il Corigliano, paese a sette chilometri di distanza, che è come passare dal Milan all’Inter, dalla Lazio alla Roma. “Quella storia ancora si racconta dalle mie parti. Mio nonno, Gennarino (come me, ovviamente), padre di mio padre, il giorno del derby Schiavonea-Corigliano si posizionò dietro la porta e per tutta la partita urlò a suo figlio: “Carne venduta”. E chiese ripetutamente all’arbitro (“Signor camicia nera”), di sbatterla fuori dal campo quella carne venduta”.
O come Onlus. Non è vero che i calciatori pensano solo alla Porsche Cayenne. Gennaro Gattuso ha creato una Fondazione di beneficenza, nata il 17 dicembre 2003 con l'intento di aiutare “i ragazzi meno fortunati di me, le persone che a mille chilometri di distanza da dove vivo, ma a centinaia di metri da dove sono nato e dove abitano ancora i miei, devono confrontarsi ogni giorno con le difficoltà e i problemi di chi vive in Calabria, in tutta la Calabria, non solo a Corigliano”. Ad oggi la Fondazione ha già raccolto, con diverse iniziative, i fondi necessari per avviare un progetto di costruzione di una oratorio/scuola calcio e di un campetto a Corigliano Calabro, per i bambini e i ragazzi che vogliono inseguire il sogno del loro campione, e che non hanno le possibilità economiche per trasferirsi. Per partecipare al grande progetto di Rino, puoi versare una donazione presso Il c/c postale intestato a: Fondazione Rino Gattuso "Forza Ragazzi" Onlus n. 51434090 - ABI 07601 - CAB 01000.
P come Pitbull. Non un gattino, ma un pittbull. Si definisce così il centrocampista del Milan rispondendo al collega del Liverpool Steven Gerrard, che definì un "kitten" (un gattino) il mediano rossonero, prima della finale di Champions ad Atene. "Non sono parole sue secondo me, ma se le ha dette sul serio dico che non mi sento un gattino, ma un pittbull", ha detto Gattuso. E pittbull non è solo in campo, ma anche nella vita; “Dopo essere stato scartato dal provino al Bologna venni scelto dal Perugia e decisi di lasciare Corigliano per la mia grande avventura. Avevo dodici anni. Ricordo ancora quel giorno, le lacrime di mia madre, il saluto agli amici, la promessa di non tornare mai più indietro se non avessi sfondato nella vita. A Perugia ci si allenava, si studiava. Nel primo anno ero negli Allievi Regionali. A quindici anni tutti i dirigenti non facevano che elogiare le mie doti, a sedici anni e mezzo ho esordito in serie B, a diciassette in serie A, ho fatto un Europeo Under 18, ho vinto uno scudetto Primavera nel 1997 come miglior giocatore. Finalmente arrivai alla prima squadra. Era il 22 dicembre 1996 quando esordii in Serie A, a Bologna, davanti a mio padre”.
Q come Quiete dopo la tempesta. Volete sapere come metabolizza una sconfitta Gennaro? "Da solo, in cucina, mi preparo un panino e lo prendo a morsi come se fosse l’avversario che mi ha battuto. Mi pare giusto fare così. Perché devi infelicitare anche gli altri? Prima di adottare il metodo del panino-da-solo-in-cucina, ho fatto le peggiori litigate con mia moglie". Ma Gattuso non ha dimenticato la clamorosa sconfitta ai rigori di Istanbul proprio contro la squadra di Rafael Benitez: "La finale giocata e persa proprio contro i Reds due anni fa l'ho vista e rivista in cassetta almeno 4 o 5 volte. Fermavo anche il telecomando, ma non è cambiato nulla. Quell'anno andai in vacanza con Maldini e Ambrosini e fù tremendo perché ogni sera andavamo a dormire alle 10 di sera".
R come Regalo. “A casa mia si è sempre respirato calcio. Il giorno di Natale del 1982, avevo quattro anni, scartai il mio primo regalo "calcistico", un pallone e una divisa completa. Non era la divisa di una squadra importante, ma era mia. E con orgoglio la indossai per andare a giocare con gli amici sulla spiaggia. Per tanti anni, per tanti pomeriggi il nostro prato era la sabbia e i pali delle porte erano i fusti della nafta usati che portavamo via ai pescatori. La passione ci portava ad immaginare di essere a San Siro.
S come Scozia. Molti se lo dimenticano ora che ha soldi e successo, ma Gennaro è un ragazzo che ha sofferto. Dopo i campetti spelacchiati delle giovanili c'è stato il volo per Glasgow, esilio in Caledonia, profondo Nord. Un periodo esaltante quello in Scozia. Un anno solo ma ha fatto epopea. In Scozia ci vivono 50 mila italiani. Quasi tutti sono meridionali, siciliani, lucani e calabresi. Glasgow, Edinburgh ed Aberdeen sono piene di ristoranti con insegne in italiano ed il tricolore fuori. Sono tutti tifosi di Rino e ancora adesso tengono la sua gigantografia in azzurro accanto a quella di quando Rino, con un barbone nero, gli occhi spiritati e la faccia incazzata di ragazzo di Calabria finito troppo a nord, indossava la casacca Blue and White dei rangers. “I Rangers parlarono con il mio procuratore di allora e proposero un contratto di quattro anni. Mi trasferii in Scozia. Ad aprile arrivai a Glasgow, mi allenavo ma non potevo giocare perché mancava il transfer dall'Italia. Sessanta giorni terribili, tutto il tempo a convincermi di aver fatto la cosa giusta, a resistere. Dopo un mese di vacanza in Italia, tornai a Glasgow a giugno per cominciare la stagione finalmente da giocatore. L'allenatore Walter Smith voleva che fossi titolare. Cominciai a giocare e il pubblico mi sosteneva. 'Rainooo! Rainooo!', il coro dell'Ibrox Park di Glasgow era tutto per me, i tifosi credevano in me più di quanto facessi io”. Lì all'Ibrox è nato il Gattuso lottatore. A Glasgow, inoltre, conosce Gazza Gascoigne, gloria già in disarmo alcolico che però gli è amico e gli fa da tutor. Un periodo duro. L'impatto è difficile: la Scozia è un altro mondo, c'è la difficoltà della lingua, la differenza di cultura e di clima, la lontananza. Sul campo è un'altra cosa. Rino diventa subito l'idolo dei tifosi. Vince la coppa di Scozia. I tifosi dei Rangers già lo chiamavano "bravehearth", uno di loro. Grande lottatore in un campionato duro come pochi al mondo, adatto alle sue caratteristiche. La sua grinta e la sua generosità sono fuori dal normale. In un derby contro il Celtic, Rino è una furia e in completa trance agonistica viene ammonito ed espulso al decimo del primo tempo. Memorabile! Per lui casa è a Glasgow, non la grande Londra da bere dei calciatori fighetti e delle starlette alla moda di Chelsea e Notting Hill, ma polmoni che sputano fatica di trequartista in un sobborgo fuligginoso nella vecchia città operaia degli Scoti (ma in fondo loro sono i calabresi delle Highlands). Meno male che per consolarsi dopo il campo Rino ogni sera andava a mangiare da un ‘paesano’, in uno dei tanti ristoranti italiani che a Glasgow possono bastare a farti sentire meno solo. Il proprietario era Mario Romano, un emigrato italiano che faceva bene da mangiare. Ospita il ragazzo e lo fa sentire uno di famiglia. Mario ha una figlia. La ragazza, Monica, è nata a Glascow, mezza italiana e mezza scozzese. Dopo un poco Mario diventa suocero di Gattuso. “Monica, in quel periodo, studiava in Italia e non l'avevo vista che in fotografia. Poi una sera finalmente la conobbi: cominciammo a frequentarci di nascosto. So quanto siano stati importanti per me i genitori di Monica, Mario e Pina, una vera propria seconda famiglia che mi ha fatto pesare meno la lontananza dall'Italia. Intanto finì la stagione e con Monica partimmo per un mese di vacanza in Calabria e a Sorrento. Quando tornai ai Rangers le cose erano cambiate, allenatore era l'olandese Dick Advocaat e Smith si era trasferito all'Everton. Ricominciai il campionato, all'inizio da difensore. Ma quando Advocaat mi chiese di giocare in quel ruolo per tutto l'anno cominciarono i problemi e decisi di andarmene. Parlai con il mio nuovo procuratore, Andrea D'Amico. Potevo trasferirmi in Premier League ma non mi dispiaceva tornare in Italia. Per oltre nove miliardi di lire andai alla Salernitana. Una decisione che spiazzò Monica. Decise di abbandonare l'università e di rimanere con me a Salerno. E così tornai nel campionato italiano da protagonista, come il giocatore più pagato nella storia della Salernitana. Non potevo fallire, ero uno dei più importanti del gruppo, facevo parte dell'Under 21. Non giocammo male ma alla fine della stagione ci fu la retrocessione in Serie B per un punto. Di quel periodo ricordo soprattutto l'ottimo rapporto con il presidente Aliberti”.
T come terrone. "Sono orgoglioso di essere un terrone". E' questa la chiave di lettura dell'autobiografia di Rino Gattuso. "Per me la parola “terrone” non si riferisce a un fattore geografico, è un luogo dell’anima", dice il campione nato a Schiavonea, provincia di Cosenza. "Per scherzare, spesso Pirlo (compagno di reparto di Gattuso nel Milan e nella nazionale) mi chiama terrone, dice che noi terroni siamo stressanti". "Essere terroni significa avere delle radici molto solide, vuol dire amare e portare avanti le tradizioni, non rinnegare mai la propria cultura e la propria identità, dare al proprio figlio maschio il nome del nonno, avere un rispetto sacro per la famiglia e per gli amici", ha continuato Ringhio. A Rino, che agli esordi giocava con la maglia del Perugia, arrivò un'offerta dalla squadra scozzese dei Rangers. 500 milioni di lire, una cifra spaventosa. "E io, al telefono da Perugia, dissi a papà che non volevo andare e lui mi disse: Vignu là cura machina e tu fazzu arricurdari pe tutt’a vita (traduzione: vengo lì in macchina e te lo faccio ricordare per tutta la vita). Allora io dissi: papà, sto scherzando, iamu (traduzione: andiamo, a Glasgow)". I primi tempi in Scozia furono tosti: "L’unico contatto che avevo con l’Italia era RaiUno: ricordo ancora le notti passate a guardare la televisione, mi beccavo sempre Sottovoce condotto da Marzullo". E in campo Rino come parla con i compagni? "Io penso e parlo in calabrese, è più veloce, è più comodo. Quando devo imprecare lo faccio in calabrese. Chissà quanti morti che t’è muort, morti ’e mammete o vai a fare in du culu ho tirato durante la mia carriera". "Essere calabrese vuol dire dare sempre l'anima, sudare su ogni pallone. Guardate i calciatori calabresi che militano in serie A: Juliano, Fiore, Pippo Pancaro, Perrotta, Iaquinta e io. Siamo tutti combattenti, gente che non si scorda da dove arriva, e che è orgogliosa delle proprie radici". “Di solito si dice terrone di uno per dire che non ha classe. Che errore! Il terrone vero ha una classe che il non terrone se la sogna. Il terrone è quello che si rivolge a un altro chiamandolo Vussuria, che è un segno di eleganza inarrivabile. A me manca Vussuria e tutto ciò che comporta l’uso di questa formula”. Cioè un modo quasi anglosassone di relazionarsi con gli altri, un rispetto per la forma da fare un baffo anche al più navigato diplomatico? “Una roba così. Quando sento mia sorella, che ha 24 anni, rivolgersi a papà dicendo: Ma chi bù (ma che vuoi?), mi scoccia un po’”.
U come Ultras. Gattuso ha ammesso: ''Noi calciatori dobbiamo fare di più per cambiare; siamo una parte fondamentale di questo sport e dobbiamo comportarci bene perché ci guardano milioni di ragazzi. Credo anche però che sia necessario far rispettare le regole e che quando si sbaglia bisogna pagare. Lo stadio deve diventare, come già avviene da altre parti, di proprietà delle società che devono trasformarlo in un punto d'incontro 7 giorni su 7''.
V come vittoria. Per vincere la finale di Champions League sono serviti gol e cuore. Al primo ingrediente hanno pensato gli specialisti, il secondo lo ha portato Gennaro Gattuso. "Come in tutte le partite mi scatta quella voglia, ho il pensiero che posso giocare in quel modo e devo correre tanto per aiutare la squadra. In ogni partita mi scatta questa molla", ha detto il centrocampista rossonero, "ma il cuore non ti fa fare i gol, nel senso che bisogna avere i giocatori come Kakà, Seedorf, Gilardino, Pirlo, Ambrosini, tutti questi giocatori che devono buttarla dentro". Per Gattuso un successo nella finale del 23 maggio contro il Liverpool, ad Atene, ha significato una stagione iniziata sulla scia del Mondiale vinto in maglia azzurra. "Io ho avuto la fortuna nella mia carriera di vincere qualcosa di importante e di perdere qualcosa di importante". Al fischio finale della semifinale vinta con il Manchester, Gattuso ha festeggiato la vittoria tirando due schiaffi all'allenatore. '''No, l'ho accarezzato. Non sono schiaffi, sono manifestazioni di gioia. Qualcun può dire che sono manesco perché gioisco tirando gli schiaffi agli altri, però l'ho fatto col cuore. Lui sa che tensione c'è, sa quello che abbiamo passato in questo periodo ed e' normale che si gioisca, pero' non sono schiaffi... state tranquilli''. Dopo il fischio finale di Atene, i festeggiamenti sono durati fino alle 5 del mattino.
Z come Zona. La marcatura che il Milan adotta per difendere la sua porta è quella a zona e questa è stato anche uno dei punti di forza della squadra rossonera per la finale con il Liverpool. Una partita che aveva il sapore della rivincita per Gattuso. ''Non c'è vendetta. Abbiamo perso una finale incredibile, brucia ancora, ce la siamo portati addosso per tanto tempo, specialmente io". Due anni fa, a Istanbul, vinsero i reds al termine di una serata incredibile. Stavolta i rossoneri hanno visto un esito diverso. ''Dopo Istanbul ho rischiato di lasciare il Milan perché non stavo bene con me stesso, non perché avessi problemi con la società o con il club. Ero io che non stavo bene''. Nella semifinale di ritorno vinta 3-0 contro il Manchester, invece, Gattuso è apparso in condizioni strepitose. ''Come ho fatto a fermare Cristiano Ronaldo? Non lo so, d'istinto. Questo tipi di giocatori non si fermano studiandoli? ti deve andare bene, li devi beccare in giornata no e devo dire che a questo giro mi è andata bene. In quell’occasione, quindi la zona non è bastata. E’ servita la marcatura ad uomo.
gianlucagioia@tin.it
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