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Processo breve. Il parere del Csm: "Uno tzunami" per la giustizia PDF Print E-mail
lunedì, 14 dicembre 2009
Il plenum del Csm approva il parere espresso dalla Sesta Commissione sul processo breve, e giudica il ddl “incostituzionale”. Per i giudici rappresenterebbe “un’inedita amnistia per reati di considerevole gravità”.
di Cecilia Dalla Negra

Giustizia. Presentato il ddl sul "processo breve": la tagliola della "ragionevole durata"
Ddl Giustizia. Le vie (d'uscita) dell'unto del Signore sono infinite

martelletto-giudice.jpgDDL INCOSTITUZIONALE: SAREBBE “INEDITA AMNISTIA” – Se approvato, non soltanto avrebbe l’effetto di una “inedita amnistia processuale per reati di considerevole gravità”, a cominciare dalla corruzione; ma rischierebbe anche di portare alla “paralisi” l’intera attività giudiziaria del paese. E, oltre ad essere in contrasto con alcuni principi della Costituzione, provocherebbe “un incremento dei danni finanziari a carico dello Stato”. Parliamo del disegno di legge, presentato lo scorso 12 novembre in Parlamento, sul cosiddetto “Processo breve”, che mira ad accorciare i tempi della giustizia riducendo i termini per la prescrizione dei reati. A sostenere le critiche, in un parere non vincolante, il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), riunito per tutta la giornata a Palazzo dei Marescialli, che ha approvato a larga maggioranza il parere già espresso nei giorni scorsi dalla Sesta commissione.

Un punto di vista per il quale non vengono lesinate le espressioni forti, e certo non hanno la meglio i mezzi termini: uno “tzunami per la giustizia”, avverte il togato Fabio Roia, mentre di “effetti devastanti” parla Roberto Carrelli Palombi. E ancora Giuseppe Maria Berruti, uno dei tre relatori del parere, illustrando il proprio punto di vista lancia l’allarme: se il provvedimento passa “si uccidono i diritti”.

RIEPILOGANDO…
- Il disegno di legge presentato dalla maggioranza, ed esaminato oggi dal Csm, parte dal presupposto della “ragionevole durata” del processo, e tenta di abbreviarne i tempi facendo slittare i termini per la prescrizione dalla prima udienza dibattimentale – come è previsto oggi – alla richiesta di rinvio a giudizio del pubblico ministero. E stabilendo che i tre gradi di giudizio di ogni processo non possano superare i 2 anni ciasuno, per un totale di 6 anni complessivi. Il Csm, nell’analizzare il ddl, si è concentrato proprio su questo punto per avanzare le sue critiche: introducendo termini perentori per la conclusione dei tre gradi di giudizio infatti, al di fuori “di un’ampia riforma di sistema e misure strutturali organizzative”, di fatto si impedirebbe l’accertamento della fondatezza delle accuse “per intere categorie di reati”, che invece è la “primaria finalità” di ogni processo.

PUNTI “CONTRO” – Tanto per cominciare, secondo il Csm, il ddl “non appare in linea con l’articolo 111 della Costituzione” (giusto processo), né con l’articolo 24 (diritto alla difesa), perché “privilegia il rispetto della rapidità formale ma non garantisce che il processo si concluda con una decisione di merito”. Inoltre “depotenzia lo strumento processuale e irragionevolmente sacrifica i diritti delle parti offese”. Quindi il disegno di legge sarebbe incostituzionale su più fronti. Inoltre rischia “di impedire del tutto l’accertamento giudiziario” laddove non si giunga alla fine del processo entro i termini, e in modo particolare per quanto riguarda il reato di corruzione, “già pesantemente condizionato dai nuovi termini di prescrizione” previsti dalla ex Cirielli. E, per quanto riguarda questa fattispecie grave di reato, il ddl “è in netto contrasto con i principi sanciti dalla Convenzione Onu contro la corruzione”. Ci sono poi le “irragionevoli disparità di trattamento” definite addirittura “discriminatorie”, perché è prevista l’esclusione dal processo breve dei recidivi, tra le altre cose. "Discutibile", inoltre, la "parificazione fra le ipotesi di delitto punite assai gravemente con le contravvenzioni in materia di immigrazione". Ma c’è di più, vedi alla voce ‘tasche dello Stato’. Già, perché oltre a rappresentare un provvedimento “incostituzionale”, il ddl graverebbe sulle finanze statali determinando per le spese un “significativo aumento”, dal momento che farebbe “lievitare” le richieste di indennizzo da parte dei cittadini. In sintesi, “anziché avere un’accelerazione avremo un allungamento dei tempi dei processi, la loro estinzione, con una caduta dei diritti e della certezza della pena”, come sostiene il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino.

UNA SOLUZIONE CHE NON RISOLVE - Un impatto “dirompente” per portata negativa secondo il Csm, che mette coerentemente al centro dell’attenzione un punto: che la giustizia sia troppo lenta in Italia è un fatto, e non serviva questa maggioranza per renderlo manifesto. Ma così, invece che cercare di individuare la causa di questa lentezza, e tentare di porvi rimedio, si risolve il problema non risolvendolo. Si abbrevia la durata del processo, ma non si mette mano al sistema giudiziario nel complesso, che rischia così di rimanere schiacciato sotto il peso del suo malfunzionamento, ma costretto a fare tutto più in fretta. Male, ma più velocemente, rischiando di lasciare impuniti i colpevoli di reati gravi. Un pensiero sintetizzato nell’espressione usata dal procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito: “Il treno veloce della giustizia non può realizzarsi con una vecchia vaporiera, e senza tener conto delle esigenze dei pendolari”. Ma la replica a caldo del vicepresidente dei deputati Pdl, Italo Bocchino, è altrettanto netta: “In questa vicenda incostituzionale è l’atteggiamento del Csm, che anziché svolgere le sue funzioni invade il campo d’azione del Parlamento, continuando a svolgere le funzioni di terza Camera dello Stato, esprimendo giudizi preventivi e non richiesti”. E poco importa che il Csm sia un organo di rilievo costituzionale e - come recita la stessa Costituzione - abbia il compito di “governare l’organo giudiziario, di cui tutela l’autonomia e l’indipendenza”, e sia dunque pienamente legittimato ad esprimere un parere su questioni che lo riguardano direttamente. E che, per altro, rimane non vincolante per la politica.

Un attacco che non risparmia il fronte interno del Csm, con il consigliere e membro laico del Pdl Gianfranco Anedda che arriva a sostenere la responsabilità dei magistrati nel clima di odio che ha portato, ieri, all’aggressione al presidente del Consiglio . Quello che ha voluto esprimere con il suo parere oggi il Csm, piuttosto, rappresenta un’evidenza cui è difficile sfuggire: che il nostro sistema giudiziario è una ‘vecchia vaporiera’, ma la ‘Tav’ del processo breve è una scappatoia per pochi, che non risolve i problema di molti, e certo non tutela il diritto di tutti.

Cecilia Dalla Negra

Last Updated ( martedì, 15 dicembre 2009 )
 
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