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Attore, regista e
sceneggiatore nato a Castro dei Volsci (Frosinone) il 22 marzo 1921 e morto a Roma il 4
giugno 2004.
Nino Manfredi, il cui nome di
battesimo era Saturnino, sente fin da giovane una spiccata passione per la
recitazione, a cui però decide di dedicarsi solo dopo aver conseguito, per
assecondare i genitori, la laurea in giurisprudenza. Si iscrive così
all'Accademia d'arte drammatica a Roma e debutta nel teatro di prosa tra il ’47
e il ’48 con il regista Orazio Costa. A Milano si esibisce in
ruoli drammatici sotto la regia di Giorgio
Strehler.
Nel ’51 è di nuovo nella
capitale. Qui comincia a fare il doppiatore, attività che proseguirà per circa
un decennio, e a esibirsi come macchiettista in varietà radiofonici. A teatro
lavora anche con Eduardo De Filippo,
recitando insieme a Paolo Panelli e Bice Valori. Ma è nel teatro di rivista
che riesce a dare maggiore risalto alla sua particolare vena comico-umoristica,
amara e beffarda al tempo stesso.
Nel 1955 sposa la modella Erminia Ferrari dalla quale ha tre figli, Roberta,
Luca e Giovanna.
L’anno successivo approda al
piccolo schermo con una parte nello sceneggiato “L’alfiere” di Anton Giulio Majano. Due anni dopo si
rivela un vero successo l’interpretazione insieme a Delia Scala della commedia musicale “Un trapezio per Lisistrata”.
Ma la grande popolarità per Manfredi arriva verso la fine degli anni Cinquanta,
quando inizia a interpretare per il cinema personaggi furbetti, ingenui e un
po’ provinciali. Tra questi ruoli, il dongiovanni
di paese in “Tempo di villeggiatura” del 1956, oppure il gangster in “Susanna tutta panna” del ’57
o ancora l’aspirante ladro che finge di essere un paracadutista per avere più
appeal sulle ragazze in “Guardia, ladro e cameriera” del ’58.
Nel ’60 partecipa a
“Canzonissima”, ancora una volta insieme a Delia Scala e
a Paolo Pannelli. In quest’occasione Manfredi interpreta con successo il
barista di Ceccano, di cui è rimasta celebre la frase “ E fusse ca fusse la
vorta bbona!”. Nello stesso anno recita come protagonista nel film comico-satirico
diretto da Gianni Puccini,
“L’impiegato”, in cui Manfredi è Nando, uomo dalla vita grigia, che si ricava
una propria nicchia esistenziale nella dimensione onirica; nei sogni notturni
infatti egli riesce a realizzare tutte le sue aspirazioni e i suoi desideri.
Nel ’59 è il meccanico Piedeamaro nella commedia “L’audace colpo dei soliti
ignoti” di Nanni Loy, accanto a Claudia Cardinale e Vittorio Gassman, quando sostituisce Marcello Mastroianni in quello che è il seguito de “I soliti
ignoti”. Presta poi la sua voce di narratore nel film “Totò, Fabrizi e i
giovani d’oggi” di Mario Mattoli.
Intrisa di drammatica ironia è
l’interpretazione che fa del giovane assicuratore Omero, scambiato per un
gerarca fascista, in “Anni ruggenti” di Luigi
Zampa, film del 1962.
In questo stesso anno debutta anche come regista
cinematografico con “L’avventura di un soldato”, uno dei quattro episodi
dell’“Amore difficile”. Nel ’63 conquista il pubblico e ottiene una grande
popolarità con la rappresentazione della commedia musicale “Rugantino” di Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa, insieme ad Aldo Fabrizi e Bice Valori. Nel ’65 è
diretto in quattro ruoli diversi da Lina
Wertmuller nel film “Questa volta parliamo di uomini”, per il quale ottiene
un Nastro d’argento come migliore attore protagonista. Nel ’66 lavora con Dino Risi in “Operazione San Gennaro”e
in “Straziami ma di baci saziami”. Due anni dopo recita accanto all’amico Alberto Sordi in “Riusciranno i nostri
eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” di Ettore Scola. “Per grazia ricevuta”,
del ’70, è per Manfredi un’altra prova da regista, che supera brillantemente.
L’anno successivo è Geppetto nell’indimenticato sceneggiato televisivo “Le
avventure di Pinocchio” di Luigi
Comencini.
Tante, oltre cento, sono le
pellicole girate dall’attore e molteplici i ruoli magistralmente interpretati.
Tra questi sicuramente l’innocente perseguitato in “Girolimoni, il mostro di
Roma”, film del ’72 diretto da Damiano
Damiani e quelli impersonati sotto la regia di Luigi Magni, come il ciabattino Pasquino che scrive invettive
contro il potere della Chiesa nel film “Nell’anno del Signore” (1969), o come il
prelato nel film “In nome del Papa re”(1977). Entrambe le interpretazioni gli
valgono due Nastri d’argento come miglior attore, premio che ritira anche per
Café Express del 1980. In
“Pane e cioccolata” (1974) di Franco
Brusati fornisce un’altra ottima prova drammatica nel ruolo di un italiano
emigrato in Svizzera che perde il lavoro, viene espulso ed è costretto a vivere
in clandestinità. Tra le sue prove, entra anche nei panni di un uomo qualunque che
decide dei farsi giustizia da solo ne “Il giocattolo” di Giuliano Montaldo del 1979. Nel 1981 si impegna ancora come regista,
per la terza e ultima volta, con “Nudo di donna”. Nel 1993 l’artista ritorna
alla Tv con la serie “Un commissario a Roma” e quattro anni dopo con “Linda e
il brigadiere”, insieme all’attrice Claudia
Koll.
L’ultima commovente
interpretazione di Manfredi è nel film “La fine di un mistero” di Miguel Hermoso, in cui interpreta il
poeta Federico Garcia Lorca,
rinchiuso, privo di memoria, per quarant’anni in un manicomio, dopo essere
sopravvissuto alla fucilazione da parte di franchisti grazie a un giovane pastorello.
Per questo ruolo ottiene il Premio alla carriera Pietro Bianchi alla Mostra
del cinema di Venezia. In questo stesso anno è colpito da malore e inizia
per lui un periodo di grande sofferenza fisica.
Il 4 giugno del 2004 muore a Roma
l’artista che, insieme a Sordi, Gassman, Mastroianni e Ugo Tognazzi ha con grande maestria rappresentato nel cinema gli
Italiani con i loro difetti e le loro debolezze, con la loro semplicità e la
voglia di emancipazione nell’Italia del Secondo Dopoguerra.
Hanno detto di lui:
“Con Nino se ne va l’ultimo
dei cinque colonnelli della commedia del Belpaese. Lui era pignolo fino al
limite nel costruire i suoi personaggi. Era infatti chiamato l’orologiaio
perché sembrava che studiasse le parti con la lente nell’occhio”. (Dino Risi)
“Nino ci ha dato l’ultima grande lezione,
quasi in silenzio: ci ha chiesto di riflettere per costringerci a ricordare gli
altri, che non si chiamano Manfredi”. (Massimo
Ghini)
“Se ne va un altro
grande, gli attori delle nuove generazioni non saranno mai grandi come lui”. (Pippo Baudo)
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