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Una famiglia di pittori che ci ricorda le antiche botteghe rinascimentali. La mostra “I Rossati: l’arte di padre in figlio” organizzata a Licenza, nell’ambito della manifestazione “Oraziana 2007” ha voluto sottolineare il rapporto che intrattengono questi artisti padre e figlio con la tradizione pittorica e al contempo ribadire l’importanza del legame familiare. di Carlotta Degl’Innocenti
L'arte dei Rossati
Marco Rossati è stato un esponente della tendenza artistica chiamata Pittura colta che si è sviluppata negli anni Ottanta a Roma e successivamente sostenuta dall’architetto Paolo Portoghesi. Il figlio, Riccardo Rossati, poco più che trentenne, che attualmente vive e lavora a Parigi, ha sviluppato una pittura molto più espressiva rispetto agli insegnamenti paterni. Due stili divergenti che illustrano a loro modo una profonda riflessione sulle possibilità dei linguaggi pittorici: da una parte l’esplorazione dell’enigma altamente simbolica scaturita dalle ambiguità metafisiche di De Chirico, dall’altra la contemplazione di un universo spirituale e al contempo esistenziale nella sofferta pastosità della materia. Tuttavia in ambedue vi è una ricerca e una volontà di rivelare gli arcani significati dell’universo umano. Grazie alla testimonianza di Marco Rossati, che abbiamo incontrato in occasione dell’inaugurazione della mostra a Licenza, si è cercato di comprendere quale sia oggi il ruolo del pittore, la sua funzione sociale ed estetica rispetto alle nuove “avanguardie” ai confini delle contaminazioni artistiche.
Qual’è l’intento della mostra che si è svolta a Licenza negli spazi del museo di Villa d’Orazio? “Nel nostro caso, non saprei dire come è nata questa scelta espositiva, forse perché il nostro percorso artistico integra il dibattito sul tema della famiglia, promosso quest’anno, che viene affrontato come revival anche nel campo della pittura”.
Quale è stato il suo percorso pittorico? “Personalmente mi ritengo più realista del vero. Prendendo la realtà nella sua accezione profonda, si può vedere al di là della luce fisica, e si scoprono forme e universi che normalmente non vengono captati dalla coscienza, che però vivono e agiscono all’interno dell’uomo. Rappresento questi mondi che spesso vedo come reperti di visioni che mi sono stati concessi in uso di quando in quando: sono momenti rari in cui sento la mia coscienza moltiplicarsi e la mia attenzione spalmarsi su tantissimi elementi che riesco a distinguere perfettamente l’uno dall’altro. In questi momenti, vedo in questa nostra realtà elementi che i nostri occhi normalmente non riescono a decodificare. Una realtà nascosta nello spazio profondo nel quale ci muoviamo e di cui la luce fisica è una delle tante radiazioni che concorrono in questo universo. È come se una persona percepisse altre radiazioni che piovono sui corpi, si riflettono e vanno a finire in altri occhi. Ma vi è anche un altro discorso: quello della forma. Nel corso del Novecento e delle avanguardie storiche vi è stato un abbandono del discorso della forma. Personalmente credo che la forma sia la pelle dentro cui il contenuto cresce e si sottende. Proprio in questo sottendersi la forma si compie. Se noi lasciamo che la forma cada anche il contenuto decade. Al contempo il segno, nei suoi insiemi, compone la forma e quindi il rapporto tra il segno e la forma nasconde tutto il potenziale del contenuto. Proprio nel segno e nella forma si gioca il quoziente dell’artista”.
Lei ha partecipato al movimento della Pittura colta in Italia. Cosa rappresentava?
“Vi erano diverse tendenze che possiamo riassumere nel concetto del postmoderno in Italia e alle quale ho preso parte con varie mostre e numerosi incontri. Tuttavia bisogna ammettere che ci siamo illusi. Abbiamo creduto che il postmoderno potesse essere il riscatto dalla caduta relativa delle neo avanguardie: ritornando a guardare la pittura antica pensavamo di riprendere a pieno le loro forme ma anche la sacralità dei loro contenuti, perché la pittura antica fino al Seicento era in linea di massima di contenuto sacrale. Una pittura che conteneva una sua struttura magica, profonda e divina, questo almeno fino al Manierismo. Noi volevamo sperimentare questa fase di rivisitazione, non archeologica tipica del Neoclassicismo, ma piuttosto una rivisitazione profonda, in cui si acquisiva le sensibilità e si ritornava all’interno della cultura magica e mistica del Cinque-Seicento. Pensavamo che passando attraverso questa esperienza avremmo potuto riconquistare, alla pittura e all’arte in generale, un grande spazio e un ritorno alle altezze e alla grandezza dell’antico. In questa concezione del postmoderno non eravamo solo pittori. L’idea è nata negli anni Venti. Più tardi, nel secondo Novecento in Italia, Paolo Portoghesi è stato uno dei grandi esegeti del postmoderno. Ma in realtà il postmoderno è stato un’ennesima caduta dopo il moderno ed è un momento ancora più basso, soprattutto con l’intervento massiccio della televisione e dei media. Prima, questa contaminazione, tipica della concezione postmoderna, raggiungeva solo alcuni livelli dal momento in cui l’artigiano ha sostituito l’artista con l’avvento della fotografia. Adesso l’arte è finita nel nulla. La nostra cultura è quella della televisione, quella del postmoderno, delle veline e della comunicazione spiccia che viene spalmata massivamente sulla popolazione e che oramai ha fatto si che non ci siano nemmeno un solo giovane che collabori alla crescita culturale e spirituale”.
Portare avanti, oggi, il discorso del figurativo nella pittura, rappresentare la possibilità di elementi desunti dal passato, vi è una ricezione da parte del pubblico oppure è qualcosa che rimane di nicchia? “L’attività del pittore in Italia è un lavoro da eroe. La pittura in sé, oggi, può solo esisitere all’interno di una nicchia, che comprende tutta l’esperienza artistica. Quello che ti viene contrabbandato come arte, attraverso i mass media, non lo è: sono forme di espressione di basso livello culturale e mentale. Nella migliore delle ipotesi e nei momenti più alti sono gogliardate. Queste opere vengono acquisite dai poteri forti attraverso operazioni puramente economiche. Perciò non vi è altra possibilità che ridurre il nostro universo ad un mondo di nicchia affinché la pittura possa continuare ad andare avanti”.
Ci parli di suo figlio, del suo genere artistico e dell’insegnamento che ha seguito. “Riccardo è venuto nel mio studio a dipingere quando aveva quattordici anni. Tuttavia già da bambino dipingeva molto bene. Ha studiato per anni, attraversando alcuni periodi di giovanile incertezza. Dopodiché si è formato in questa sua tensione materica e fortemente espressiva. All’inizio, questa tecnica era legata a fattori d’indecisione, correlata all’età. Ma dopo ha iniziato a dipingere con estrema autorevolezza”.
Lei sta preparando un film intitolato “Anti croste”, con il quale vuole raccontare la condizione attuale dei pittori in Italia? Si può creare un paragone con il ritorno all’arte figurativa realizzato a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta? “Alla fine degli anni Settanta alcuni pittori romani hanno fatto un ritorno alla pittura con un forte richiamo alla pittura antica, credendo che il postmoderno fosse la fine del modernismo e che il ritorno poteva essere all’altezza della pittura del Seicento, cose che invece non si sono rivelate tali. Il postmoderno ha creato i presupposti per cui oggi il banchiere sia uno dei maggiori collezionisti di Jackson Pollock o dell’Istallazionismo. Non vi è un collegamento tra questo film che sto cercando di finire e quel mondo. In realtà la malinconia e la rabbia nascono dal mondo della pittura che è ancora in grado di produrre delle cose di alto livello: vi sono dei grandi pittori, qualcuno in Italia, altri negli Stati Uniti o in Norvegia. Ma sono chiusi all’interno di situazioni, addirittura provinciali, perché, contrariamente alle neo avanguardie, non vi è sbocco internazionale. Esiste semplicemente un mercato sottostante che in America o in Inghilterra è legermente più rigoglioso di quello italiano. Pittori americani, che dipingono in maniera splendida pittura figurativa, sono sconosciuti sia al grande pubblico sia a quello degli addetti ai lavori. Personalmente sto cercando di portare alcuni pittori americani in Italia”.
La sociologa francese Raymonde Moulin ha scritto un libro “Mercato dell’arte”, (Le marché de l’art) nel quale ha esposto una suddivisione tra il mercato delle grandi aste e della speculazione in quanto investimento e il mercato tradizionale, quello della pittura da cavalletto. Cosa risponde a questa segmentazione di un mercato dell’arte così proposto? “È un dato più che oggettivo: il mercato dell’arte della pittura vera si è ridotto all’emarginazione più totale, perché le grandi banche hanno preferito vendere ‘aria fritta’ per decine di milioni di dollari, o hanno finto di venderle, piuttosto che di essere costretti a portare avanti delle personalità effettive. Puntando sul nulla, riguardo alle neo avanguardie, possono inter cambiare in qualsiasi modo questi prodotti e gestirli a volontà. Se si guarda al panorama attuale non vi è un grande artista pittore o istallazionista: vi è una pletora di figure più o meno sconosciute che forse solo chi è del campo riesce a ricordare qualche nome. L’artista famoso è scomparso. Un’artista famoso vivente, forse, l’ultimo rimasto a livello internazionale è Rauschenberg, perché Andy Warhol è morto. Alle banche conviene che si punti sul nulla e che si faccia finta di venderlo o lo si vende davvero agli enti pubblici, perché sono rari i collezionisti privati che comperano installazioni. È un modo di speculare. Non credo che oggi ci sia qualcuno che comperi un Van Gogh, un Pollock o un Rauschenberg e paghi 50-100 milioni di dollari. Probabilmente è un’operazione virtuale, perché anche le banche sono proprietarie di alcune case d’asta. È un’operazione dove non si muove una lira e la gestione mediatica di questi eventi fa si che non vi sia altro. Ci si può chiedere il perché sia così irritato: molto probabilmente perché penso che non vi sia un pluralismo artistico. Tutto quello che conta nel sistema dell’arte, nelle biennali o nella legge del 2% in Italia, tramite le quali si muove la realtà ed i pochi soldi che riguarda l’arte internazionale, è nelle mani del sistema bancario. Quello che lei chiama il mercato tradizionale, non è il mercato classico: una volta il mercato riguardava tutti gli artisti, pittori, incisori e scultori. Oggi non c’è più mercato. Vi sono sparute gallerie sparse per il mondo, forse più concentrate in Inghilterra, Stati Uniti e Germania, che compongono il piccolo mercato di nicchia”.
La critica d’arte a livello di storicizzazione di alcuni artisti attuali. Vi è un sostegno da parte della critica d’arte oppure trova che molti artisti che hanno fatto un lungo percorso siano dimenticati a favore di queste nuove realtà? “Credo che non ci sono più artisti pittori o scultori famosi. Una volta personalità come Maccari o Gentilini erano pittori conosciuti da tutti, erano nomi che giravano in tutti gli ambienti e l’arte era un valore condiviso dalla gente. Adesso non esiste più questo modo di avvicinarsi all’arte. L’ultimo pittore o artista famoso in Italia è ancora Guttuso. Oggi, anche la situazione della critica non sembra essere come quella di una volta dove vi era una filiera artista- critico- galleria. Attualmente questa filiera non funziona più poiché vi sono alcuni punti di gestione spesso legati al pubblico, come Reggio Emilia, il Macro o la Gnam di Roma, che fanno il buono ed il cattivo tempo perché attraverso di loro passa qualche soldo e un po’ di potere”. Carlotta Degl'Innocenti
Per maggiori informazioni: Marco Rossati Riccardo Rossati |