Presentato in Senato il disegno di legge sul “processo breve”, che rivoluziona il concetto di “ragionevole durata dei processi”. Per il presidente emerito della Consulta Baldassarre un dispositivo “illegale e imbarazzante”.
di Cecilia Dalla Negra
Ddl Giustizia. Le vie (d'uscita) dell'unto del Signore sono infinite
IL DISEGNO DI LEGGE – Se si procede con l’approvazione “si buttano al macero oltre 100mila processi, e si dice alle vittime dei reati: ‘abbiamo scherzato’”. È questa la sintesi della posizione che l’Associazione nazionale Magistrati (Anm) presentava alla Consulta del Pdl per la Giustizia, presieduta da Niccolò Ghedini, ancora prima che il testo ‘caldo’ di queste ore fosse presentato in Senato. Parliamo del disegno di legge sul cosiddetto “processo breve”, che questa mattina, alla fine, è arrivato in Parlamento. A quel punto l’aggettivo per definirlo, nelle parole di Antonio Baldassarre, presidente emerito della Consulta, è diventato “incostituzionale” e “imbarazzante”. Fallita la strada dello scudo “cancella-processi” grazie all’alt imposto dal presidente della Camera Gianfranco Fini nelle settimane scorse, la maggioranza tenta adesso una nuova strada: che cambia l’ordine dei fattori, ma non il risultato. Il titolo dato al ddl sembrerebbe quasi rassicurante: “Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi”. Certo, dipende da ‘quale’ cittadino. E dipende anche da ‘quale’ processo.
RAGIONEVOLI DURATE - Il disegno di legge, composto di 3 articoli, prevede che scatti la prescrizione per i reati “inferiori nel massimo
ai dieci anni di reclusione” se sono trascorsi più di due anni dalla
richiesta di rinvio a giudizio del pubblico ministero, senza che sia
stata emessa una sentenza. Stesso discorso che vale anche per il
secondo grado, l’appello e il giudizio di legittimità, più un altro
anno in ogni caso di giudizio di rinvio. Traducendo in termini profani
il testo, il ‘quid’ della questione sta tutto in quel “dalla richiesta
di rinvio a giudizio del pm”, che scardina le regole sino a oggi
valide per reimpostare il conto alla rovescia, e farlo scattare molto
prima. Il calcolo è semplice: attualmente gli anni a disposizione per
ogni grado di giudizio vengono calcolati dalla data della prima udienza
dibattimentale. Spostando questo inizio alla richiesta di rinvio a
giudizio i tempi si accorciano, e viene stabilito che la durata non
possa superare i 6 anni complessivi. Il governo, insomma, si fa una
domanda su quale sia la “ragionevole durata del processo” e si risponde
da solo: deve essere quindi un caso che, con l’eventuale approvazione
del testo, non finiscano “al macero” solo tanti processi (e, di
conseguenza, altrettanti reati) eccellenti – crac Parmalat, Cirio ed
Eternit Torino, per citarne qualcuno – ma anche “Mills” e “diritti tv
Mediaset”, in cui, sempre per pura coincidenza, finirebbe alla sbarra
proprio il premier, Silvio Berlusconi. Una “tagliola”, quella applicata
alla tempistica, che imporrebbe per altro l’applicazione della
possibilità di estinzione anche ai processi attualmente in corso, anche
se limitatamente al primo grado di giudizio.
NEL DETTAGLIO – Nello specifico, è la ‘data di scadenza’ applicata al
processo che farebbe perdere, in un tempo, tanto il lavoro necessario
per istruirlo quanto il diritto del cittadino (quello comune, in questo
caso) che abbia subito un danno, a vederselo riconosciuto. “Abbiamo
scherzato”, sarà per la prossima volta. Ne consegue che, se i tempi
saranno “irragionevoli”, tu ipotetico colpevole guadagni 10 ipotetici
anni di libertà: quelli che avresti, presumibilmente, scontato se il
processo fosse andato fino in fondo e ti avessero condannato. Ma nel testo si specifica anche il
concetto di “Applicabilità ai processi pendenti”, chiarendo che la loro
estinzione vale per quelli ancora in corso alla data di entrata in
vigore della legge, ma limitatamente al primo grado di giudizio
(escluse quindi Appello e Cassazione). E se il processo “si considera
iniziato” alla data in cui la pubblica accusa chiude le indagini e
avanza la richiesta di rinvio a giudizio, ci sono eccellenti
procedimenti che, allo stato attuale, finirebbero appunto al macero. Un
esempio? Il processo - in pieno dibattimento mentre scriviamo - contro
Calisto Tanzi per il crac finanziario di Parmalat, che costò i risparmi
a circa 100mila cittadini italiani. Poi, c’è la lunga lista dei reati
che non rientrano nel processo di estinzione. Tra questi, il delitto di
associazione per delinquere, incendio, pornografia e pedopornografia,
sequestro di persona, atti persecutori, furto semplice e aggravato, e,
naturalmente, le disposizioni del testo unico sulla sicurezza quali
immigrazione clandestina e norme sulla condizione dello straniero, per
non gettare al macero (questa volta davvero) il lungo pressing leghista
dei mesi passati.
LE REAZIONI POLITICHE – Contro il provvedimento si scaglia
immediatamente Baldassarre, presidente emerito della Consulta, che si
dice “desolato innanzitutto come cittadino” perché il ddl violerebbe
“il principio di uguaglianza e si applica a reati gravissimi, come
quelli di corruzione e concussione”. E chiosa: “Stiamo parlando di
leggi, non di regali”. Perplessa anche Giulia Bongiorno (Pdl),
presidente della Commissione Giustizia alla Camera, che spiega
all’Ansa: “Suscita un certo stupore la scelta di includere nell’elenco
dei reati di grave allarme sociale, come quelli di mafia e terrorismo,
l’immigrazione clandestina, che è una semplice contravvenzione punita
con una banale ammenda”. Contro il ddl insorge anche il Pd, nelle
parole di Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato: “Per il rom che ruba
il processo rimarrà, mentre processi come Eternit, Thyssen, Cirio e
Parmalat andranno al macero”. Pronta a chiedere un referendum l’Idv di
Antonio Di Pietro, che parla della “più grande amnistia mascherata
della storia”. Preoccupata anche la magistratura milanese, che inizia a
riflettere sui possibili effetti dell’eventuale entrata in vigore della
legge: i dibattimenti immediatamente a rischio, tra gli altri, sembrano
essere quelli di natura economico-finanziaria, oltre ai due processi
che riguardano Berlusconi. Per la vicenda Mills infatti la richiesta di
rinvio a giudizio risale al 10 marzo 2006 – e sarebbe quindi già
'scaduta' – mentre per le presunte irregolarità riguardo i diritti tv di
Mediaset siamo ad aprile 2005. Tutto scaduto, anche in questo caso.
Il Pdl però, nel frattempo, alza il tiro: l’ipotesi del “processo
breve” evidentemente non basta nel quadro di una più vasta riforma
della giustizia ai tempi di Berlusconi. Appena ieri Margherita Boniver (Pdl) aveva presentato una proposta di legge costituzionale
per reintrodurre l’immunità parlamentare così come uscita dalla Carta nel
1993. Per Fabrizio Cicchitto sarebbe questa la via per “ricostruire il
delicato equilibrio tra politica e magistratura”. Meglio ancora se
rendendo intoccabile la prima, e completamente impotente la seconda.
Cecilia Dalla Negra
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