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Poeta, giornalista e critico musicale nato a Genova il 12 ottobre 1896 e morto a Milano il 12 settembre 1981.
Eugenio Montale. Il piccolo grande mondo del poeta ligure
Speciale maturità 2008
Percorsi nella Letteratura
Pochi artisti e intellettuali hanno saputo descrivere così bene il disagio esistenziale dell’uomo moderno come Eugenio Montale. Chi aveva vissuto i primi anni del secolo poteva accogliere il progresso scientifico e le grandi novità del Novecento con entusiasmo o con sospettosa inquietudine. Per Luigi Pirandello la realtà non è una sola ma tante e tutte ammissibili (“Così è se vi pare”), per Italo Svevo l’uomo del XX è un “inetto alla vita” (“La coscienza di Zeno”, “Senilità”), per Giorgio de Chirico l’unica verità rappresentabile è “straniante” e ambigua, per Dino Buzzati tutto il vissuto si riduce a vana attesa (“Il deserto dei tartari”).
Nulla però rappresenta meglio il male di vivere novecentesco della montaliana “muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”.
Dopo essersi diplomato ragioniere, Montale comincia a dedicarsi al canto (studia da baritono) ma nonostante mostri buone qualità decide di rinunciare alla carriera musicale.
Nel 1916 la sua passione letteraria lo porta a scrivere il suo primo capolavoro poetico: “Meriggiare pallido e assorto”, lirica che mostra l’utilizzo di un linguaggio quotidiano e che attraverso un arido paesaggio (“rovente muro d’orto”, “nelle crepe del suolo”) rappresenta il male di esistere. Nel 1917 viene inviato al fronte con il grado di sottotenente e nel 1919 ottiene il congedo. Vive un periodo importante per la sua formazione culturale: legge moltissimo e conosce importanti intellettuali come Camillo Sbarbaro, Italo Svevo e Umberto Saba. Comincia inoltre a collaborare con riviste quali “Primo tempo”, fondata da Giacomo Debenedetti e “Il Baretti” di Piero Gobetti. Ed è proprio quest'ultimo che, nel 1925, pubblica la sua raccolta di liriche “Ossi di seppia”. Nel libro appare già quella che sarà una caratteristica essenziale della poetica montaliana: l’ utilizzo del “correlativo oggettivo”. Emozioni e sentimenti perdono la loro connotazione astratta per venir identificati con oggetti concreti, come nella poesia “Spesso il male di vivere ho incontrato” in cui il dolore esistenziale viene incarnato dal “rivo strozzato che gorgoglia”, dalla “foglia riarsa” e dal “cavallo stramazzato”.
Sempre nel 1925 sottoscrive “Il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti” redatto da Benedetto Croce. Un suo importante intervento (“Omaggio a Italo Svevo”) sulla rivista “Esame” squarcia il velo di oblio che era stato steso sull’opera di Svevo, avviando la rivisitazione critica dei romanzi dello scrittore triestino. Nel 1927 ottiene impiego presso la casa editrice Bemporad come redattore e nel 1929 gli viene affidata la direzione del Gabinetto Viesseux (incarico che gli verrà tolto nel 1938 perché non iscritto al partito fascista). Continuano le collaborazioni con importanti riviste (“Solaria”, “La fiera letteraria”) e la frequentazione di importanti letterati (tra gli altri Elio Vittorini, Carlo Emilio Gadda, Salvatore Quasimodo). Nel 1939 viene pubblicata da Einaudi la sua seconda raccolta poetica “Le occasioni”. In questo periodo svolge anche un’intensa attività di traduttore che ha il suo momento più alto nella traduzione di “Storia di Billy Budd” di Herman Melville.
Nel 1943 in Svizzera esce la serie di poesie “Finisterre”, che nel 1956 verrà compresa nella raccolta “La bufera e altro”. Quest'ultima silloge è il frutto dell’esperienza di vivere in una realtà storica terribile, quella che va dalla Seconda Guerra Mondiale agli anni del dopoguerra. L’orrore della guerra e il dramma dei campi di concentramento irrompono nei versi montaliani in un’opera che rappresenta l’infinita lotta tra bene e male, il continuo dissidio tra violenza e cultura. Nel 1948 si trasferisce a Milano dove diventa redattore del “Corriere della Sera” e traduce William Shakespeare, Ezra Pound e Thomas Stearns Eliot (“Quaderno di traduzioni”). Dal 1955, rinnovando la sua mai spenta passione per il canto scrive sul “Corriere d’informazione” pezzi di critica musicale. Nel 1969 viene nominato senatore a vita, mentre nel 1971 esce la raccolta “Satura” contenente gli “Xenia” scritti nel 1966 scritti in occasione della scomparsa della moglie Drusilla Tanzi. Nel 1975 riceve a Stoccolma il Premio Nobel per la letteratura. Nel 1980 esce un'edizione critica, a cura di Gianfranco Contini e Rosanna Bettarini, di tutte le sue poesie. Muore un anno dopo, il 12 settembre del 1981. Sono del 1991 le pubblicazioni di inediti, raccolti in Diario postumo.
Hanno detto di lui:
“Sotto la sua metafora del prigioniero, può darsi che Montale abbia prefigurato la condizione del poeta nell’attuale e nella prossima storia. Alla figura del poeta umanista, fisso ai modelli incorruttibili della bellezza antica, a quella del poeta romantico, eco e protagonista della passione dei tempi, a quella del poeta decadente, intento a riconoscere, dietro la trita quotidianità, l’estrema inesauribile potenza del sogno, può darsi debba seguire quella del poeta ostaggio della storia, custode e testimone di una verità segreta, di una superstite autenticità, soggiacente alle sproporzionate evidenze, ai miti facili ed esorbitanti d’una società che lo rinnega. In questo senso acquista nuova luce il carattere di testimonianza, di tormentato diario dei nostri anni, che è stato riconosciuto alla poesia di Montale.” (Sergio Solmi)
“Culturalmente , gli 'Ossi' sono ancora un’opera genialmente provinciale; il Montale davvero europeo inizierà solo con le 'Occasioni'. Pienamente stabilito fin dalla prima raccolta, con straordinaria capacità d’individuare subito il tono della propria voce, è invece il sistema formale montaliano, a partire dalla metrica: dominata da settenario ed endecasillabo, eventualmente alternante con falsi endecasillabi per ipo- e più spesso ipermetria (tipo 'Portami il girasole, ch’io lo trapianti') o con misure più lunghe, simil-martelliane, e caratterizzata da un fitto uso della rima, anche al mezzo o all’interno (donde la possibilità di contrappunto fra scansioni e ritmi evidenti e nascosti), spesso surrogabile da rima imperfetta o assonanza (come in D’Annunzio ) o da rima 'ipermetra' (come in Pascoli e crepuscolari: asoli: caso).” (Pier Vincenzo Mengaldo)
“Ma altrettanto netto è il superamento degli aspetti formali della poesia italiana novecentesca. Montale non è un iconoclasta che accetti la distruzione degli istituti poetici tradizionali – il verso, la rima, l’assonanza, la strofe – quale era stata operata dall’avanguardia e in particolare, in Italia, dai futuristi; ma egli li utilizza con estrema duttilità sino a ricavarne un ritmo nuovo – 'questo mio ritmo stento' – che spezza il bel canto e lo sostituisce con un’espressione 'scabra ed essenziale' come quella condizione cui il poeta vorrebbe giungere fuggendo il bollore della vita fugace” (Giuliano Manacorda)
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