Dai dati Eurispes – Telefono Azzurro, alla Giornata dell’Infanzia. Le barriere difensive dei bambini, che siano nei paesi in via di sviluppo o nelle società occidentali, crollano sotto il modello intollerabile degli adulti.
Carlotta Degl’Innocenti
L'Italia in cifre. Tutti i pezzi
Un tempo c’erano le poesie di Pascoli, di Carducci, di Leopardi, di Ronsard, imparate a memoria sui banchi di scuola, che regalavano alla fantasia le immagini delicate di un’emozione o di un ricordo lontano, ma pur sempre vivo. “C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole". Non è un canto antico il nostro e neanche “sono nate intorno le viole”, ma muri di cemento. L’argomento infanzia, oggi, è scottante e diventa un tema sul quale psicologi, pediatri, insegnanti, giornalisti e genitori si confrontano, turbati dalla violenza e dall’impasse che vede nei nostri figli un’accelerazione innaturale nelle tappe della loro crescita.
Probabilmente manca un referente in famiglia, una figura forte capace di imporsi in modo autoritario e d’incarnare quel simbolo materno e paterno del quale avere timore o nel quale cercare parole di conforto. Fatto sta, che secondo recenti indagini condotte sia dalla Società italiana di pediatria sia da Eurispes –Telefono Azzurro, l’infanzia sembra fermarsi alla fine della scuola elementare, a dieci-undici anni. “Addio bambole fétiche, addio lego, viva la notte e soprattutto: Evviva il sesso e l’alcool!”, potrebbe essere il nuovo motto dell’ingresso dei bambini nelle scuole medie.
Le statistiche del Rapporto 2007 Eurispes –Telefono Azzurro sulla condizione dei bambini e degli adolescenti sottolineano che il 17,5% degli adolescenti hanno dichiarato di avere cominciato a consumare l’alcool dall'eta' di 11 anni, il 13,1 per cento dei ragazzi tra i 16 e i 19 anni assume alcool “spesso” o “tutti i giorni” ed infine il 49,3% dichiara di assumere alcool “qualche volta”. Sul fronte delle prime esperienze sessuali invece rimaniamo sconcertati nell’apprendere che il 4% dei giovanissimi ha fatto la prima volta il sesso tra gli 11 e i 13 anni, mentre in linea di massima il 19,3% lo ha fatto tra i 15 e i 17 anni. Il questionario è stato sottoposto a bambini di età compresa tra i 7 e gli 11 anni, mentre per gli adolescenti, l'età varia dai 12 ai 19 anni.
La giornalista Alessandra Arachi del Corriere della Sera, in un suo articolo ha evidenziato i dati dell’ultima ricerca della Società Italiana Pediatria (Sip) del 2006, in cui su un campione di 1.251 bambini tra i 12 e i 14 anni il 37,4% dichiara di avere visto un amico ubriaco, il 44,3% di avere visto un amico che fumava una canna. Ma non solo, la Sip, rispetto al 2003, in questa indagine ha dovuto cambiare i parametri con i quali fare le domande. Ovvero, ai bambini di 11 anni non si può più chiedere se giocano ancora con le bambole o con i Lego.
Gli esperti dell’età evolutiva, come lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet dichiarano che l’anticipazione delle tappe è dovuto ai modelli educativi, in quanto sono i genitori stessi che hanno provocato e voluto questo cambiamento: togliendo ai figli sensi di colpa e della paura hanno creato ragazzi troppo sicuri di sé. Questa considerazione non sorprende più di tanto le insegnanti, le quali si confrontano ogni giorno con fenomeni di bullismo in classe e con bambine che in prima media si vestono già come le adulte e si truccano, magari con la complicità dei genitori.
Negli anni Ottanti, i francesi coniarono l’espressione “complexe des Homards” per definire quella fase di crescita in cui il bambino si toglie la carapace dell’infanzia ed entra in un periodo di muta informe. Senza avere raggiunto una sessualità ben definita, il giovane, appropriandosi del suo corpo che cambia, diventa estremamente fragile e si trasforma in una spugna ricettiva dei modelli che gli vengono imposti. Oggi, non contenti di queste accortezze nella fase pedagogica, la società propone ideali e figure totalmente distorte: dalle bambole "barbie" ultra sexy ai giocattoli fomentatori di violenza come i video giochi.
"Sì, gli aquiloni! È questa una mattina/che non c'è scuola. Siamo usciti a schiera/tra le siepi di rovo e d'albaspina". Dov'è l'albaspina? Sfido a trovare un ragazzino preso nella mischia delle città che sappia dirci come è fatta questa pianta, mentre quella della marijuana magari sa pure come farla crescere e come girare uno spinello.
Le giornaliste Marida Lombardo Pijola con il libro “Ho dodici anni faccio la cubista mi chiamano principessa”, e Loredana Lipperini con la recente pubblicazione di “Ancora dalla parte delle bambine” hanno sollevato le problematiche dell’identificazione del ruolo femminile nella società attuale. Dall’emancipazione fisica e sessuale che diventa un gioco perverso e pericoloso, nel quale ci si prende sul serio, alla rimessa in questione del retaggio delle femministe anni Sessanta, che non hanno saputo evitare e prevedere un ritorno alla divisone in generi della società. Non si critica l’essere femmina o l’essere uomo, ma piuttosto l’immagine del ruolo che deve rivestire questa differenziazione nella società odierna: oggi assistiamo al confinamento della donna nello stereotipo della manager sempre sexy e sportiva, di brava mamma e ottima cuoca; mentre l'uomo è lo stereotipo del buisness man, fisico perfetto, con la macchina familiare o sportiva all'ultimo grido.
Restiamo atterriti nello scoprire che quelle docile e innocue creature che vediamo mangiare al nostro tavolo, attraversare la strada tutti i giorni, oppure al fianco della madre a fare compere, in realtà, ne sanno una più del diavolo e imitano l'universo fatto di lap-dance, spogliarelliste e star system di oggi, basato non sulla bravura ma sulla vendita del proprio corpo. La tv trash (spazzatura) o la raunch culture (valorizzare sempre il lato sexy) pervadono la nostra sfera privata, entrano nelle nostre case, nella nostra intimità con il partner e distruggono l’infanzia dei nostri figli. La cosa più sconcertate è questa mania del voyeurismo, quello spingersi a vedere la bassa pornografia, fatta di violenza e sottomissione sessuale, e non di fantasia creativa, magari, utile alle nostre frustrazioni quotidiane accumulate da stress di prestazioni! Come se questi fossero gli unici valori sui quali basare un rapporto sentimentale. Recita un adagio “Good girls go to heaven, bad girls go everywhere.” (Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive ragazze vanno dappertutto)
Nel 1989, uscì “Christiane F.: Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, negli anni Novanta arriva negli schermi la cultura “Trainspotting” e “Acid House”, nel 2003 infine “Thirteen” di Catherine Hardwicke, mentre per quelli più cresciutelli “Sin city” e “Alpha Dog”. Partendo dai protagonisti sedicenni e ventenni i film giungono a narrare la prima adolescenza dei tredici anni e al modello della ragazzina anoressica, drogata che si prostituisce pur facendo parte di una famiglia senza problemi economici. Non è più il problema “ingenuo” del malessere adolescenziale, neanche quello della droga in prima linea, ma piuttosto il diffondersi troppo rapidamente delle debolezze, dei vizi e delle depravazioni degli adulti nell’universo infantile.
Oltre alla realtà disumana della prostituzione infantile della quale una recente indagine della Onlus Intervida ha fatto una mappatura, la nostra società occidentale nel suo globalizzarsi non risparmia i paesi in via di sviluppo: i bambini delle favelas brasiliane, del Kenya e dell’Asia, vanno in giro con la colla da sniffare e dormono nelle discariche. Come sottolinea Save the Children, le “guerre e i conflitti espongono i bambini al rischio di pesanti violazioni dei loro diritti”, compreso il mancato accesso all'istruzione.
Se l’istruzione per alcuni è un bene prezioso per il quale si creano dei progetti Europei ed internazionali, e in cui s’impegnano migliaia di volontari per regalare un sorriso a quei volti così indifesi, in Occidente pare che l’educazione sia passata in secondo piano rispetto allo sfruttamento del proprio fisico: le giovani sognano un lavoro come velina o ballerina televisiva, dichiara la Società Italiana Pediatria. L’accelerazione del mondo dell’informazione, così come quello delle immagini televisive comporta ineluttabilmente uno sconvolgimento dei dati percettivi e psichici nell’essere umano anche adulto, figuriamoci nella mente dei bambini.
Diventa utile riflettere su questi dati e soprattutto sul futuro ruolo degli adulti-genitori che si devono assumere la colpa degli errori e l’incuranza dell’educazione del proprio figlio. Non a caso Gian Maria Fara, presidente dell'Eurispes, facendo il punto sul Rapporto 2007 riguardo le condizioni dell’infanzia, ha dichiarato “i nostri figli, le nuove generazioni, sono effettivamente, oggi più che mai, padroni di questo tempo. Da un punto di vista che potremmo definire positivo per quanto riguarda l'utilizzo e le capacità legate alle nuove tecnologie. In negativo, invece, accanto alla necessità di proteggere le giovani generazioni dai nuovi rischi dell'inarrestabile processo di globalizzazione, emerge con chiarezza la presenza di una nutrita schiera di figli-padroni: aggressivi con il gruppo dei pari, con i professori e con gli stessi genitori".
Non vi è una sola via di crescita né tanto meno la circoscritta realtà del bambino perfetto. Forse stare troppo attenti al loro benessere materiale ci ha fatto dimenticare che al di fuori delle grandi città, senza spendere cifre enormi e a mezzora dal centro, si può passeggiare in splendide riserve naturali, al contatto con una fauna e flora di cui si deve insegnare il rispetto e la poesia dei luoghi cosi decantati fino al secolo scorso e dimenticati oggi a scapito dell’innocenza e a favore della violenza emotiva scaturita dall’isolamento mediatico e monocorde del mondo informatico.
Senza demonizzare la tecnologia, dovremmo trovare il coraggio di concedere ai bambini ancora qualche anno di tempo prima di proiettarli in quell’universo di adulti così palesemente cieco ed egoista e rieducarli ad apprezzare il nostro mondo stimolandoli culturalmente, nell’immaginazione e in modo intelligente. E non, come va così tanto di moda, assecondarli con psicofarmaci. In occasione della Giornata mondiale dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza il consorzio “Giù le mani dai bambini”, con oltre 170 enti e associazioni operante nel settore della farmacosorveglianza, ha organizzato un convegno intitolato “Bambini diversamente vivaci: patologia o risorsa?” Secondo i dati emersi sarebbero 162mila i bambini italiani che soffrono di iperattività e deficit dell'attenzione e l'83% risulta essere in cura con psicofarmaci. Ad esempio sulla somministrazione del Prozac che inizia a otto anni, il 25% dei bambini che ne fa uso ne risulta dipendente. Nonostante l'abuso di psicofarmaci su bambini con disturbi dell'attenzione, la percentuale di minori trattati in Italia con questi farmaci è superiore a quella degli Stati Uniti. Il largo uso di psicofarmaci sui bambini sono in costante aumento e gli specialisti mettono in guardia sulla pericolosità di questi medicinali.
Carlotta Degl’Innocenti
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