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Gennaio 2008: la Costituzione italiana compie sessant’anni. Il primo gennaio del 1948, all’indomani della seconda guerra mondiale, entrava in vigore la Carta Costituzionale che decretava la nascita della Repubblica Italiana. Due anni prima, con un referendum popolare a suffragio universale, i cittadini italiani avevano scelto da una parte la forma repubblicana per il loro stato, dall’altra i membri che avrebbero fatto parte dell’Assemblea Costituente.
di Cecilia Dalla Negra
Costituzione della Repubblica. Tutti i pezzi
“E’ in momenti difficili come questo per il Paese che si vede tutto il valore della Costituzione, come cornice di garanzia e terreno comune dell’azione politica”. Inaugura così il sessantesimo anniversario della Costituzione italiana il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano , con un accenno alla crisi poiltica che l’Italia sta vivendo, ma senza perdere fiducia o, per citare le parole del Presidente della Camera Bertinotti, per usare come “bussola” la Costituzione per ritrovare la retta via, e orientarsi nel pantano politico nel quale ci troviamo.
La Costituzione dunque, a distanza di sessant’anni, resta un “riferimento essenziale”, nelle parole del Presidente di quella Repubblica che nel 1948 nacque insieme alla sua Carta Costituzionale, dalle macerie di un’Italia appena uscita dalla seconda guerra mondiale, e dallo sforzo al compromesso dei padri costituenti.
E’ il 27 dicembre del 1947 quando viene pubblicata la Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana numero 298, edizione straordinaria, che regala all’ufficialità ed al popolo italiano insieme una Carta Costituzionale che ne sarà la base fondante ed il principio unificatore sino ai giorni nostri. Come da prassi istituzionale, il testo era stato approvato pochi giorni prima dall’Assemblea Costituente, e promulgato dal Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. Il 1 gennaio del 1948 infine, la Costituzione entra ufficialmente in vigore, per restarvi sino ai giorni nostri.
Ma per ripercorrerne la storia è necessario tornare al 1943, quando l’Italia sigla l’armistizio che la tira fuori dal pantano della guerra, e la monarchia di Vittorio Emanuele III entra in crisi, vedendosi costretta dagli sviluppi politici del momento a fare un passo indietro, portando con se quello Statuto albertino che aveva retto le sorti del paese fino a quel momento. Il Re cede il potere al figlio che diviene luogotenente del regno, ma solo “di transizione”, in vista della formazione di un’Assemblea che avrebbe dovuto redigere il testo della nuova Costituzione. E’ così che si arriva al giugno del ’46, quando viene indetto il referendum che dovrà stabilire le sorti dell’Italia, ed il popolo viene chiamato ad esprimersi – per la prima volta a suffragio universale – e scegliere fra monarchia e repubblica, oltre che nominare l’Assemblea dei padri costituenti. Più che un voto è un plebiscito, dal momento che partecipa quasi il 90% degli aventi diritto, e che sono più di 12 milioni gli italiani che scelgono di essere cittadini, anziché sudditi, proclamando la nascita della Repubblica, e nominando i 556 membri della nuova Costituente, nella quale dominano le tre forze politiche principali tra le quali è diviso il paese: la Democrazia Cristiana ottiene oltre 200 seggi, a seguire, quasi a parimerito, il partito Socialista e quello Comunista: tutti insieme, daranno vita al più grande compromesso storico che l’Italia abbia mai conosciuto. I padri infatti riassumeranno in una stessa Carta le istanze antifasciste presenti all’epoca come eredità della Resistenza e le larghissime componenti cristiano - cattoliche. È quello che passa alla storia come “compromesso costituzionale”, che permetterà alla Costituzione di avere un impianto fortemente antiautoritario riguardo il potere statale, largo spazio dedicato ai diritti economici e sociali del cittadino e la sicurezza di una loro effettiva garanzia.
Compromesso che è particolarmente evidente a ben guardare i principi fondamentali delle Carta, inviolabili e non revisionabili, che si articolano secondo il principio personalista – evidente segno delle spinte di matrice cattolica, e che accoglie la tradizione liberale e giusnaturalista della dottrina - e quello invece pluralista: se da una parte infatti i diritti inviolabili ed individuali dell’uomo devono essere tutelati, dall’altra si garantisce la libertà di associazione, i diritti sindacali, e l’importanza del lavoro, sul quale addirittura la Repubblica italiana, come Carta vuole, è fondata. Non solo diritto – dovere dunque, ma vero e proprio collante sociale, valore aggiunto necessario perché ognuno dia il suo contributo nella grande famiglia che la Costituzione repubblicana disegna.
Un compromesso storico fortemente voluto dai padri costituenti al cui lavoro dobbiamo una delle costituzioni più esasustive che l’Europa, ad oggi, conosca. Come comune denominatore infine il principio democratico sul quale tutta la Carta si fonda, segno evidente di un epoca martoriata dal conflitto e vittima della dittatura, che per sorgere a nuova vita dopo essere uscita dalla grande guerra, fissa in modo chiaro ed inequivocabile l’assetto democratico della neonata Repubblica. Principio di maggioranza nelle decisioni quindi, ma anche tutela delle minoranze; forte preponderanza data agli organi elettivi e rappresentativi, processi decisionali basati sulla trasparenza, infine la possibilità per il cittadino di inervenire in maniera diretta, sia attraverso la delega dei propri rappresentanti, comunque sottoposti a revisione popolare, che con lo strumento del referendum e delle leggi di iniziativa popolare.
Quello che nasce dalla Costituzione del ’48 è quindi uno Stato fortemente democratico, che tutela prima di ogni atra cosa i suoi cittadini, e che sottopone gli organi decisionali al controllo popolare, non tralasciando una netta divisione fra l’ambito politico – decisionale e quello giudiziale, cui ognuno deve essere sottoposto.
Per definizione, la Costituzione italiana è scritta, lunga e rigida. Ciò significa che non è possibile modificarne i contenuti se non attraverso un procedimento parlamentare aggravato, non essendo sufficiente la normale maggioranza, e che ogni disposizione in contrasto con la Costituzione viene rimossa dinanzi alla Corte Costituzionale, organo che si occupa proprio della tutela della Carta. Sino ad oggi, come ha ricordato lo stesso Napolitano, la Costituzione è stata comunque modificata già 38 volte, e gli ultimi tentativi di mettere mano ai prinicipi stabiliti dai padri sono recenti, e risalgono al giugno 2006, quando gli italiani sono stati chiamati al referendum – fallito - sulla cosiddetta Devolution. Nelle disposizioni dell’Assemblea Costituente dunque nulla fu lasciato al caso, e la stessa rigidità della Costituzione che ne uscì dimostra la volontà dei padri di rendere stabile e fondamentalmente inattaccabile l’assetto repubblicano del paese. Al tavolo dei lavori, d’altra parte, ci sono grandi nomi che passeranno alla storia in Italia, futuri capi dello Stato che renderanno grande il paese.
A presienderne il consesso, nel 1946 e per circa due anni, c’è Giuseppe Saragat, un socialista che durante la guerra non solo ha combattuto contro la Repubbica di Salò, ma una volta imprigionato, ha diviso la cella con un altro futuro Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Si ritovano insieme al tavolo della Costituente, che Saragat presiederà nominando, come suo primo atto, Enrico De Nicola capo provvisorio dello Stato. Ma a firmare insieme a lui la Costituzione sarà il successore di Saragat, il comunista Umberto Terracini, uno dei nomi più importanti per la storia della sinistra italiana. C’è Alcide De Gasperi, che guiderà il governo italiano per molti anni, e c’è Umberto Tupini: personaggi che hanno dato vita alla Democrazia Cristiana, vero e proprio centro politico del paese per oltre un ventennio. E c’è anche il grande antifascista Piero Calamandrei , che era solito ricordare ai giovani dove avrebbero dovuto cercare un giorno le origini lontane della loro Costituzione. “Se voi volete andare in pellegrinaggio – diceva – nel luogo dov’è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità andate lì, o giovani, col pensiero. Perché lì è nata la notra Costituzione”.
Cecilia Dalla Negra
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