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485.000 casi di anoressia documentati in Italia, con un incremento annuale di 8.500. Oliviero Toscani sbatte su tutti i cartelloni un’ex-modella in fin di vita per anoressia. La colpa è della televisione e della moda e Miss Italia improvvisamente è “troppo magra”. Ma non sarà invece invidia? di Sergio Lo Gatto
Sono giorni di fuoco per il tema dell’anoressia. Zapatero vieta alle modelle troppo magre di sfilare e comparire in pubblicità, in Italia si parla (e qua e là si sogna) di potersi unire al coro, ma intanto fioccano le polemiche contro l’elezione di una Miss Italia “troppo magra” (nonostante quest’ultima questione sia più la baionetta di delusioni personali e italianissima strumentalizzazione che vera denuncia), mentre Oliviero Toscani assesta un bel pugno nello stomaco con la campagna pubblicitaria anti-anoressia “No-li-ta”, in cui l’ex-modella Isabelle Caro, ritratta nuda, mostra tutti i segni della terribile malattia. E tutti non parlano che di anoressia.
A quanto pare, "sbattere il mostro in prima pagina non è solo utile. È necessario. Eppure, al di là degli attacchi alla politica di Toscani, da sempre (fin troppo comodamente e fruttuosamente) avvezza alle provocazioni esplicite, è forse più interessante cogliere il momento e lo spunto per sapere qualcosa di più del fenomeno anoressia in sé. Eccone una panoramica, pensando soprattutto al nostro Paese.
I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), come anoressia nervosa e bulimia, identificate come malattie intorno agli anni Settanta, hanno mostrato un incremento significativo e rappresentano “un problema sociosanitario molto importante per tutti i Paesi sviluppati”. Quindi anche per l’Italia. Un po’ di dati, che aiutano a comprendere l’incidenza del problema. L'anoressia è conosciuta a livello scientifico da tre secoli: il primo trattato medico è stato pubblicato a Londra nel 1694. Tuttavia, questa malattia è stata quasi sempre vissuta come “forma di protesta nei confronti dell'ambiente sociale” e ad oggi il Ministero della Sanità non ha ancora riconosciuto anoressia e bulimia come malattie sociali. Il primo Congresso multidisciplinare su queste malattie si è tenuto a Montecarlo solo nel maggio 1993. Questa negligenza e questo anallarmismo hanno generato i seguenti dati, che si riferiscono a una forma di DCA in cui "la diagnosi sopraggiunge spesso tardivamente, anche dopo 6/7 anni dall’esordio, solitamente, grazie alla spinta di sintomi psico-fisici che impediscono il perpetuare del comportamento restrittivo nel soggetto affetto da tali patologie” (A. Giovannini, in "Anoressia/Affamati d'amore", su Progetto Uomo).
L'anoressia nervosa, che in Italia ora raggiunge i 485.000 casi totali, negli ultimi anni risulta stabilizzata su valori di 4-8 nuovi casi annui per 100.000 abitanti, mentre quella della bulimia nervosa risulta in aumento, ed è valutata in 9-12 nuovi casi l’anno. La fascia di età in cui il disturbo si manifesta è prevalentemente tra i 12 e i 25 anni, con un picco verso i 16-17, quando i cosiddetti “episodi anoressici” cessano di essere tali e si trasformano in materia per la diagnosi. Gli ultimissimi, allarmanti aggiornamenti nel campo dell’osservazione dei campioni denunciano tuttavia il presentarsi della malattia dai 10 anni in su. Nel 1988 sono stati, in Italia, circa 55.000 i casi di anoressia, mentre i casi di bulimia (una variante dell'anoressia) sono stati circa 70.000. Oggi l'anoressia colpisce circa lo 0,5% dei giovani tra i 14 e i 20 anni (il 90% dei quali sono ragazze). Mortalità dell’anoressia: dal 5 al 20% dei casi (dal 70 al 75 % per insufficienza cardiaca o renale o per le infezioni, tra 25 e 30% per suicidio). Maschi anoressici: 1 su 50.000 fra i 18 e i 28 anni. Maschi bulimici: 1 su 80.000 fra i 15 e i 24 anni.
Scientificamente parlando, per DCA si intende una “situazione in cui il rapporto con il proprio corpo e con il cibo viene alterato, in modo tale da dominare in maniera anomala e ossessiva le azioni della propria giornata”. La scienza chiamata in causa è ovviamente più quella psicologica che quella organica. Anoressia e bulimia sono forse la prova più lampante di come uno status psicologico, che spesso include anche l’area morale, possa non solo intaccare quello fisico, ma addirittura, gradualmente, distruggerlo del tutto. Le opinioni dei medici specialisti tendono a sottolineare come buona parte del problema reale risieda nel mancato riconoscimento dei sintomi, questo spesso perché essi vengono tenuti nascosti, sia agli occhi che al cuore. “La bulimia nervosa e l’anoressia nervosa sono spesso accomunate da una condizione di segretezza: una situazione permanente, in cui molti dei loro sforzi sono rivolti alla riservatezza e alla protezione del sintomo; sia il rifiuto del cibo che l'assoluta ingordigia e i meccanismi compensativi utilizzati, diventano i più potenti alleati da custodire come tesori. In contrapposizione a questa situazione troviamo una società non sempre consapevole delle reali cause e risvolti di questi disturbi” (A. Giovannini, ibid.).
Insomma, focalizzare l’attenzione solamente sull’aspetto più superficiale ed elusivo, vale a dire il rapporto con il cibo, è dimostrazione di come la società e l’ambiente che circondano il paziente possano rappresentare un’entità nociva, assumendo un ruolo “inquisitorio e stigmatizzante”. Secondo il DSM-IV, manuale diagnostico e statistico dell’American Psychiatric Association, quarta edizione, “una persona diventa anoressica quando, interrompendo la propria consueta alimentazione, scende sotto l’85% del peso normale per la propria età, sesso e altezza. Per le donne, un sintomo tipico è costituito dall’interruzione del ciclo mestruale per almeno tre mesi consecutivi”. Per quanto riguarda invece la bulimia: “La persona bulimica reagisce agli stress emotivi ingerendo una quantità eccessiva di cibo in breve tempo e di solito di nascosto dagli altri, con la sensazione di non poter smettere di mangiare. Dopodichè tende a punirsi vomitando, prendendo pillole diuretiche e lassativi con l’intento di dimagrire. Se questo comportamento diventa ripetitivo, ad esempio si manifesta due volte alla settimana per tre mesi, si è di fronte a un chiaro segnale di disordine alimentare”.
L’America Psychiatric Association ha stilato anche una lista degli effetti diretti dei DCA, divisa in fisico e psicologico: dal punto di vista fisico, “gli effetti della malnutrizione comportano ulcere intestinali e danni permanenti ai tessuti dell’apparato digerente, disidratazione, danneggiamento di gengive e denti, seri danni cardiaci, al fegato e ai reni, problemi al sistema nervoso, con difficoltà di concentrazione e di memorizzazione, danni al sistema osseo, con accresciuta probabilità di fratture e di osteoporosi, blocco della crescita, emorragie interne, ipotermia e ghiandole ingrossate”. Le ripercussioni psicologiche, invece, includono “depressione, basso livello di autostima, senso di vergogna e colpa, difficoltà a mantenere relazioni sociali e familiari, sbalzi di umore, tendenza a comportamenti manichei e maniacali, propensione al perfezionismo”.
Ora che conosciamo il modo in cui la malattia si manifesta, la domanda più importante resta, come sempre, “perché”. Senza la risposta a questa domanda non è possibile neppure immaginare una soluzione e, meno che mai, una misura preventiva. Tra le ragioni che portano allo sviluppo di comportamenti anoressici e bulimici, si evidenziano principalmente “la sensazione di non poter raggiungere i traguardi personali desiderati per problemi di peso e apparenza, di essere sottoposti a un eccesso di pressione e di aspettativa”, o, al contrario, “di essere fortemente trascurati dai propri genitori”. Altre radici possono scorrere sotto il terreno di profondi traumi come violenze sessuali, drammi familiari o le due cose combinate, vale a dire “comportamenti abusivi da parte di familiari o di persone esterne”.
Qui sta il nodo. Quello che facilmente diventa luogo comune. E, da che mondo è mondo, il luogo comune è il primo responsabile della banalizzazione. La banalizzazione assotiglia la percezione del problema al punto da renderlo impalpabile, schiacciato com’è sulle labbra di tutti. Ed ecco che non è possibile non solo risolverlo, ma addirittura avvertirlo come tale. Il semplice denunciare giornali, televisione, pubblicità, moda, showbusiness e cattivi modelli in generale non basta. Bisogna studiare la malattia nel vero senso della parola. Gli esperti sostengono che, se inizialmente si trattava di una malattia molto rara, ora “la maggior parte della sofferenza psichica femminile si esprime con disturbi alimentari: l’esordio ha a che fare con l’adolescenza, con la costruzione dell’identità femminile e il distacco dalla famiglia. Candidata è la bambina che cresce con un ideale di perfezione di tensione al successo”. (Elena Riva, psicoterapeuta al Minotauro, centro nato per aiutare ad affrontare i problemi dell’adolescenza). C’è però anche da tenere conto del cattivo esempio, non solo quello dato dai media e dai testimonial, ma anche dalla compagnie, questo perché, quando si è in età adolescenziale (le femmine soprattutto), si tende a voler far parte di un gruppo, foss’anche un gruppo composto solo da due amiche del cuore. Se una tende all’anoressia (o, come si dice, ha “episodi anoressici”), l’altra la segue facilmente. Per affetto, sì, ma molto più per fragilità e per cattivo controllo famigliare.
Sì, perché tra le principali cause dell’anoressia c’è proprio la negligenza. Occhio non vede, cuore non duole. Così è per il paziente, ma anche per i genitori. Gli psicoterapeuti e i nutrizionisti che guidano centri di recupero come quello del Minotauro, o come l’Aba, l’associazione fondata dall’ex-anoressica Fabiola Le Clercq, si lamentano delle condizioni in cui i pazienti arrivano in reparto. Spesso, è terribile da dire, non c’è più niente da fare. Per le donne esiste un campanello d’allarme fisiologico, ed è l’assenza di ciclo mestruale per due mesi. È il segno chiaro che il passo successivo deve necessariamente essere il ricovero. Ma in generale il problema è visibile anche prima, quando una figlio non fa che guardarsi allo specchio e vedersi brutta, quando frequenta compagnie sospette, quando sparisce durante le cene di famiglia per correre in bagno a vomitare, o, peggio ancora, quando si verificano episodi di autolesionismo. Qui, i casi particolari sono a dir poco agghiaccianti, come la storia, riportata da La Repubblica, di Stefania, che cercava di rimuovere la carne dei fianchi con delle forbici da cucina. Una volta accettato il ricovero, poi, la vera battaglia è appena cominciata: sorveglianza speciale, lunghe sedute di psicoterapia individuale e di gruppo, ricostruzione del corpo, terapie nutrizionali e via dicendo. Come in tutte queste battaglie, a volte la soluzione è in un “miracolo”. Ma non si parla di gente che ascolta canzoni e si risveglia dal coma, non si tratta della carezza di qualche santo, piuttosto del pugno violento della realtà, di cui finalmente si comincia a sentire il vero dolore, troppo a lungo nascosto dietro a una fuga.
Sottraendo e sottraendo, la radice del problema, come abbiamo detto, ancor più che nell’esempio dell’ambiente circostante, nasce da delusioni intime, insicurezze congenite, fronteggiate nella maniera più sbagliata: il silenzio. Anche se, a guardar meglio, qualcosa di peggio del silenzio c’è, ed è il dialogo malato, che ha come scopo quello di dare valore e giustificazione all’anoressia in quanto fenomeno, in quanto stile di vita. Sotto la superficie del problema rivelato, si muove una corrente di comunicazione sussurrata, una rete piuttosto salda di “sostenitrici dell’anoressia”. E quale mezzo migliore di internet per ramificare questa rete? Agostino Giovannini, in "Anoressia/Affamati d'amore", si è occupato a fondo dell'argomento. "I Siti Web Pro Anoressia, conosciuti anche come siti Pro Ana, esordiscono negli USA, negli anni 1998/1999, espandendosi poi a Inghilterra e Francia e arrivando tardivamente in Italia negli anni 2002/2003" (A. Giovannini, op. cit.). Gran parte deI lavoro, soprattutto nel nostro paese, l’hanno svolto i Forum Pro Ana, "che si dichiarano seguaci della “Filosofia di Ana”, una filosofia alternativa e contrapposta alle definizioni mediche. All’interno di essi viene incoraggiata anche la "creazione di comunità virtuali, dove si discute e ci si dà sostegno, non però nella direzione di una qualche guarigione, bensì nell’obiettivo della magrezza assoluta".(ibid.) Nei Forum Pro Ana uno spazio a parte è dedicato materiali che incentivano il delirio sintomatologico, per esempio i “10 comandamenti di Ana”, i motivi per non mangiare, i consigli per vomitare meglio, etc. “La Filosofia di Ana si oppone rigidamente alla visione di Anoressia e Bulimia come patologie psichiatriche e proclama uno stile di vita a favore dell’obiettivo antibiologico della liberazione dalla dipendenza da cibo: l’Anoressia Nervosa. (...) In questo sentimento di onnipotenza, è possibile leggere una settorializzazione delle condotte anoressico/bulimiche, particolarmente nella volontà delle adepte” – perché quella di Ana somiglia proprio a una setta – “di non essere etichettate come “malate”, ma di essere “guardate” come persone che mirano ad un obbiettivo non conforme alla società circostante”. (ibid.).
La riflessione, qui, sembra essere conducibile in due direzioni opposte. Fermo restando che si tratta di un fenomeno di natura “malata”, si può vedere la Pro Anoressia da un lato come una “sfida narcisistica, di queste persone, al mondo, con il desiderio di celebrare la loro dipendenza dal sintomo, dall’altro come un grido di aiuto levato a quello stesso mondo".(ibid.) Il fatto che entrambe le direzioni di questo ragionamento portino alla parola “mondo”, sembra indicare chiaramente come il problema centrale sia quello del rapporto singolo-società, quello della comunicazione basilare. Inseguimento di un senso di appartenenza e bisogno di relazioni sì, ma anche spinta anarchica a ribaltare i canoni, desiderio, cioè, di agire non dal basso ma dall’alto, capovolgendo, con la creazione di una “massa critica”, l’identità e la presenza stessa di quel modello emarginante. Il punto è che entrambe le interpretazioni denunciano un fatto: la società non è, ancora, in grado di comprendere il problema alla radice. Le soluzioni ci sono, ma sono soluzioni di riparazione, che molto spesso si trovano a dover agire in un’assurda lotta contro il tempo e ostacolate da troppa “mala cultura”. Né, comunque, si tratta mai, di prevenzione, che sarebbe, a sentire soprattutto gli esperti, la vera chiave per la sconfitta dell’anoressia.
“L’anoressia è uno straordinario gesto di negazione del bisogno: si nega cioè che per vivere si debba mangiare. La ragazza anoressica, come in un delirio d’onnipotenza, ingaggia una sfida con il proprio corpo, arriva a negarlo. È come se si dicesse continuamente: "Io esisto, anche se non mangio”. Farei una distinzione tra la magrezza delle modelle e quella patologica delle adolescenti malate di anoressia. Le prime aderiscono a un’immagine imposta dal mondo della moda: dimagriscono per lavorare. Le seconde, al contrario, non vogliono aderire a un’immagine, ma desiderano distruggerla. Agiscono contro l’idea stessa di essere corpo, idealizzano il loro essere scheletro e non riescono a vedersi veramente. Interrogato sull’argomento, una volta Jaques Lacan: “Non è vero che l’anoressica non mangia, lei si nutre, si ingozza di niente”. (Nadia Fusini)
Sergio Lo Gatto
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