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Scrittore, nato il 28 novembre 1907 a Roma e morto il 26 settembre a Roma
Alberto Moravia dall'A alla Z
Percorsi nella Letteratura
Omaggio ai cento anni di Alberto Moravia
Alberto Pincherle Moravia nasce a Roma nel 1907 da una benestante famiglia borghese.
La sua infanzia è rovinata da una tubercolosi ossea che lo costringe ad abbandonare la scuola ed a trascorrere lunghi periodi in sanatori montani, dove ha l’opportunità di formarsi da autodidatta attraverso le importanti letture e la meditazione forzata.
Esordisce giovanissimo pubblicando nel 1929 “Gli indifferenti”, a cui lavora tra il 1925 ed il 1928, opera che squassa l’ambiente letterario con l’incisività della sua prosa asciutta e minuziosa e la corrosiva descrizione della società alto-borghese contemporanea.
Il mondo borghese di Moravia è un incubo da cui non ci si può risvegliare: i protagonisti sono come inebiteti ed impossibilitati all'azione, invischiati fino al collo nella logica del denaro e del sesso, e presi dal sistema consumistico accettano passivamente una vita fatta di falsità ed ipocrisie. Attraverso il dramma della famiglia Ardengo Moravia biasima l'atteggiamento inerte della borghesia italiana di fronte all'ascesa del fascismo.
Il secondo romanzo “Le ambizioni sbagliate” (1935) risulta essere tutto sommato una prova minore mentre ben più graffiante appare la satira politica di “La mascherata” (1941) che, attraverso la grottesca rappresentazione di una dittatura sudamericana, critica il regime fascista.
Nel 1944 esce “Agostino” romanzo breve in cui narra la formazione del giovane ed inquieto protagonista che, attratto dalla bellezza della madre vedova, scopre che il suo rapporto con lei è dominato da una fosca gelosia che esplode quando la vede mano nella mano con un bagnino; altrettanto amara è per Agostino la presa di coscienza dell’esistenza della differenza tra le classi sociali, di fronte alla quale si sente incapace sia di continuare a vivere serenamente all’interno del suo mondo borghese sia di integrarsi con i ragazzi del proletariato.
Si accosta al filone neorealista che nel dopoguerra esalta il proletariato e le classi popolari, adottando spesso le tematiche della lotta partigiana, della guerra, delle rivolte contadine ed operaie, con opere quali “La romana” (1947), in cui esprime una concezione totalmente pessimistica della vita attraverso la "caduta" della povera ed ingenua protagonista Adriana, “Racconti romani” (1954) e “La ciociara” (1957).
Quest’ultimo romanzo narra attraverso gli occhi ed il linguaggio della protagonista, la popolana Cesira, il dolore e la miseria che una ferita insanabile come la guerra porta con sé, l’abbrutimento e la corruzione a cui costringe anche i più puri (Cesira diviene disonesta per cupidigia, la figlia Rosetta dopo esser stata violentata si prostituisce), l’annullamento dell’umanità nella violenza.
Dopo “Il conformista” (1951), con l'emblematica figura del protagonista, un intellettuale che, devastato dai sensi di colpa, finisce col trasformarsi in un assassino ed “Il disprezzo” (1954), critica pungente all'industria cinematografica che ha trasformato la cultura in merce, Moravia tocca un altro vertice letterario con “La noia”, romanzo con cui vince il premio Viareggio e che ritorna sul tema dell’incapacità di connettersi al reale di protagonisti abulici che ricalcano quelli de “Gli indifferenti”.
Con “L’attenzione” (1965) il tema dell'ambiguità del reale viene indagato con l'utilizzo di nuove forme narrative, in “Io e lui” (1971) l'autore gioca ironicamente con la questione sessuale.
Nel 1983 scrive "La cosa e altri racconti" (1983) dedicato a Carmen Llera che sposerà nel gennaio del 1986.
Scompare a Roma nel 1990 e l’anno seguente esce postumo “La donna leopardo” (1991).
Hanno detto di lui:
"...La zona più profonda dell'analisi sperimentata nella "Noia" consiste poi nella rivelazione del carattere contraddittorio dell'esperienza di Dino, cioè nel fatto che il suo rapporto con la realtà, non potendo configurarsi e concepirsi che secondo la categoria tipicamente borghese del possesso, e cioè nel caso , concretamente come aspirazione al possesso, non soltanto è destinato a fallire, ma è destinato a esprimersi in modi di patente incoerenza, giacché la realtà apparirà, ad un tempo, desiderabile e ripugnante, come ciò che, non potendosi veramente possedere, si tratterà almeno di neutralizzare. (...) Ciò che Moravia viene a descrivere con tanta lucidità è il doppio movimento fatale che l'aspirazione a possedere produce nella condizione alienata: nell'atto stesso in cui la brama del successo cerca di ristabilire un rapporto concreto e autentico con il reale, così da privarlo di ogni carattere enigmatico, misterioso, inquietante, ecco che il reale si degrada e deforma, e appare, per effetto stesso di quella brama, come repugnante, e perciò tale che al suo possesso diviene persino impossibile aspirare di fatto; ma il reale tornerà ad apparire pienamente desiderabile , non appena sottratto alla brama, esso potrà ancora manifestarsi quale è nella sua sostanza autonoma, e cioè desiderabile in quanto non desiderato. Per il borghese alienato del mondo neocapitalistico, insomma, che non può godere della realtà se non possedendola, ecco dunque che la realtà si manifesta come appetibile, precisamente in quanto si sottrae agli agguati dell'appetito, e cessa di essere goduta non appena appare godibile, e cioè usufruibile in quanto posseduta..." (Edoardo Sanguineti)
"...Al centro dell'opera di Moravia c'è il problema della normalità intendendo con questo termine (...) quel tessuto di credenze, di usanze, di abitudini, di gusti, di impulsi fisici e di valori morali, aderendo al quale un individuo si trova a partecipare di una vita collettiva e si sente in contatto con una realtà.
Tale normalità si presenta come equivoca, ipocrita e repugnante nella sua dimensione borghese (è il caso di Michele e di Carla negli "Indifferenti", i quali a contatto della normalità inferiore, che è poi vuoto conformismo, della vana ed ipocrita madre Mariagrazia e del cinico amante di lei, Leo, aspirano ad una normalità superiore, cui però non sanno attingere; è il caso anche di Dino, il protagonista della "Noia"); acquista il fascino del primitivo e del selvaggio, del vivere senza riflettere come gli animali e le piante..." (Carlo Salinari)
"...Una presenza e un crocicchio di problemi critici e di costume e di stile di vita e di denuncia, tale che l'incontro col suo mondo è inevitabile per chi voglia fare il punto della situazione del nostro Novecento, di cui rappresenta un colore insopprimibile, anche se ha le sgradevoli tonalità di un denso inchiostro di seppia..." (Ines Scaramucci)
"È caratteristica della narrazione moraviana quell'attitudine a far dimenticare l'imbratto del discorso, alleviando la pagina d'ogni bagaglio verboso". (Carlo Emilio Gadda)
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